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Non vorrei infierire sui politici, sui medici, sui rappresentanti di istituzioni sanitarie e insomma su quanti hanno appoggiato e sostenuto il sì, affermando che il voto per la riforma della Costituzione avrebbe cambiato profondamente la sanità italiana, e in particolare quella del Sud, garantendo cure migliori, terapie avanzate…per milioni di persone. Perché soprattutto negli ultimi venti giorni precedenti il voto se ne sono dette e sentite di tutti i colori, attribuendo al sì effetti miracolosi per la nostra salute.

Secondo i fans degli effetti magici del voto, sarebbe bastato approvare il cambiamento costituzionale perché dentro questo voto c’era anche la riforma dell’articolo V della Costituzione, quello che regola i rapporti tra Stato e Regione. Pertanto con la clausola di supremazia lo Stato sarebbe potuto intervenire laddove l’assistenza sanitaria è carente, inefficiente, burocratizzata, e via dicendo. Così molti italiani non sarebbero stati discriminati nell’accesso alle terapie, come quelle, dispendiose, per la cura dell’Epatite C, per le quali i cittadini del Meridione – stando a questo “sistema” dei 21 servizi sanitari – restano in coda.

Tralascio le altre innumerevoli e fantasiose moltiplicazioni dei pani e dei pesci nelle quali si sono esercitati il ministro Lorenzin, espondenti del Pd, società scientifiche, sindacati, e mi limito a ricordare due aspetti. Uno riguarda proprio il contenuto della clausola di supremazia, che sarebbe stata applicata solo nel caso in cui viene messo in discussione l’interesse nazionale. Domanda banale: ma se una Regione non funziona dove sta l’interesse nazionale?

Il secondo è relativo ai Livelli essenziali di assistenza, i quali sono nati 15 anni fa per riequilibrare gli eventuali scompensi che il federalismo avrebbe inevitabilmente determinato. Pertanto non c’era alcun bisogno di sbandierare le, presunte, fantastiche conseguenze del sì, quando la possiblità di intervenire in caso di squilibri – a sfavore delle Regioni del Sud – è proprio nei Lea (che sono stati appena rivisti includendo altre cure che prima non erano previste).

Giorni fa è stato presentato il rapporto annuale Censis il quale puntava il dito anche su una situazione già nota e denunciata da tempo: e cioè che 11 milioni di italiani rinuncerebbero a curarsi per una seria infinita di ragioni – prima fra tutte quella economica – che rendono difficile se non impossibile l’accesso al Servizio sanitario nazionale. Era ed è pertanto azzardato sostenere che un sì avrebbe modificato questa drammatica realtà. Perché se milioni di persone non usufruiscono di un’adeguata assistenza è soprattutto conseguenza di una fragilità storica della sanità in alcune zone del Paese. Dove avrebbero bisogno non di una “supremazia” statale, bensì di strutture, di mezzi, di personale. Se in alcune regioni le Tac sono insufficienti si devono acquistare, e bisogna avere mezzi adeguati e tutto quel che serve per curare i malati e per fare prevenzione.

La favola della buona sanità grazie al sì adesso è svanita. Come anche sono svanite le mille promosse per referendarie. Cosa accadrà dopo la crisi di governo è arduo prevederlo, ma sicuramente qualcosa cambierà. E vedremo se cambieranno anche i disegni di legge in discussione in Parlamento, come quello sulla responsabilità professionale (irresponsabilità, a mio parere) dei medici, che mette i cittadini danneggiati dalla mala sanitå in secondo piano (per non dire altro). A questi un sì non sarebbe sicuramente bastato.

Ps. A scanso di equivoci e di dietroligismi non ho votato no e come ho scritto nelle settimane passate e ho ricordato stamattina su Fb e Twitter, mi sono astenuto. Quindi sono anche io uno sconfitto dal voto di ieri.

guglielmpepe@gmail.com su http://pepe.blogautore.repubblica.it/2016/12/05/per-migliorare-la-sanita-non-bastava-scrivere-si/

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