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Hanno a che fare con persone fragili, pazienti in stato di salute precario che quando arrivano nei pronto soccorso hanno patologie sconosciute, e per questo dovrebbero rientrare tra le categorie a rischio. E invece a medici e infermieri che lavorano negli ospedali viene negato il vaccino contro la meningite. «Se lo vogliono fare, devono pagarlo: 75 euro», denuncia Gabriella Trotta, segretario confederale Uil Genova e Liguria. «Non si può parlare di allarme meningite. C’è un trend standard fisiologico nella media», risponde l’assessore alla Sanità della Liguria, Sonia Viale, riprendendo il parere degli esperti che nelle ultime settimane hanno tentato di arginare timori e psicosi collettiva.

In Liguria si sono verificati solo tre i casi e non si può certo paragonare la nostra situazione a quella della Toscana: la donna di Chiavari ricoverata al San Martino per meningococco B, il ricercatore al Galliera per pneumococco e, ultimo, la bambina di 6 anni di Imperia trasferita al Gaslini e colpita dal ceppo B. «Il concetto che sta passando è che l’operatore sanitario non è più a rischio di altre persone e questo è un errore colossale – va avanti Trotta –. Le vaccinazioni, come quella per l’influenza, per i lavoratori a rischio sono gratuite, non si capisce per quale motivo aziende ospedaliere e Regione non promuovano la prevenzione. È vero che non esiste un’emergenza meningite, ma chi fa un lavoro di frontiera deve essere tutelato a monte». La protesta di medici, infermieri e oss dilaga. Al San Martino e Villa Scassi stanno per partire formali richieste di chiarimenti ai rispettivi vertici e alla Regione, mentre al Galliera ed Evangelico di Voltri sta covando il malumore. «I colleghi pagano di tasca propria il vaccino, sborsando 75 euro, quando crediamo sia un diritto averlo gratuitamente. Sono lavoratori che esercitano in reparti a rischio per l’enorme affluenza di pazienti con patologie sconosciute fino ai primi esami, che sono agli sportelli a stretto contatto con il pubblico. Avere una copertura completa ritengo sia una tutela non solo per infermieri e medici che decidono di averla, ma anche per chi si reca negli ospedali, i cittadini quindi, che così non rischiano contagi. In una sanità che vuole guardare avanti, il concetto di prevenzione non può essere considerato a pagamento, soprattutto per chi ogni giorno mette e repentaglio la propria vita. Perché la meningite può non lasciare scampo». Gabriella (detta Lella) Trotta è particolarmente impegnata in queste settimane. Ha denunciato i problemi che vivevano (e vivono) gli ospedali nei giorni della grande affluenza, delle ambulanze ferme in coda davanti ai pronto soccorso intasati di pazienti. Ha puntato il dito contro la Regione, il piano anti-influenza partito in ritardo. «Il meccanismo dei posti letto non ha funzionato, a Villa Scassi hanno aumentato i posti di degenza breve, ma queste manovre non bastano. E ora stiamo aspettando la seconda ondata…». Una cura non esiste per potersi organizzare meglio? «Certo, manca la volontà e non si deve pensare solo ai tagli nella sanità. Si dovrebbe ritornare al vecchi ospedali di distretto, Celesia, Busalla, Recco per intenderci, agli ambulatori di famiglia dove poter visitare i pazienti meno gravi con specialisti e infermieri che si possono occupare di persone che già conoscono». L’assessore Viale ha parlato di studi medici di base aperti il sabato. «Bisogna rafforzali, in quei tredici aperti sabato scorso si sono recate solo 138 persone. Se non ci sono forze in campo, si può attingere ai medici

giovani che non hanno un lavoro: penso che questa sia per loro una grande opportunità». Si discute sul fatto che non c’è una sinergia tra medici di famiglia e ospedali e quando un paziente arriva al pronto soccorso spesso per avere un quadro generale si perde tempo e, diciamolo, denaro. «Siamo lontani dalle cartelle cliniche elettroniche che permettono di conoscere in tempo reale a chi è nei pronto soccorso di quali patologie soffre un paziente».

http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/01/12/news/i_nodi_della_sanita_-155841353/

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