Skip to main content

A Nola, non potendo tagliarla di persona, la testa dei dirigenti a suo dire incapaci l’ha solo chiesta. Altrove l’ha invece fatta rotolare direttamente. È successo con i vertici dell’Arsan, l’agenzia che si occupava dei flussi sanitari. Per il resto, in piena discrezionalità, ha nominato 14 direttori generali in quindici giorni. E attraverso questi, in virtù del fatto che non c’è più l’obbligo dei concorsi, ha completato rapidamente la catena di comando con la selezione dei direttori distrettuali, circa un’ottantina. In campo sanitario, De Luca si è dato molto da fare, pure essendo la Regione Campania commissariata per il piano di rientro dal disavanzo. Ma i commissari sono due e si occupano di bilanci. La struttura operativa è invece tutta regionale, come tutta regionale è la responsabilità dell’organizzazione dei servizi. L’idea di un governatore senza potere reale dunque non regge. E il fatto che altro ancora ne chieda, puntando a prendere il posto degli stessi commissari, non vuol dire affatto che finora ne abbia avuto poco. Anzi. Se così fosse, resterebbero da spiegare tutta una serie di comportamenti.

«L’Agenzia regionale non fa nulla, risparmieremo gli stipendi degli amministratori», disse De Luca quando liquidò l’Arsan. «Le nomine dei direttori generali servono per amministrare, inutile perdersi in lunghe procedure di selezione», si giustificò quando non volle saperne di scegliere tra rose di nomi sottoposte da commissioni tecniche. «Basta barelle nelle corsie», proclamò in visita negli ospedali, prima che l’Italia intera scoprisse che a Nola neanche quelle c’erano. «Tra un paio di anni avremo il vaccino contro il cancro», annunciò, addirittura a pochi giorni dal suo insediamento, sbalordendo l’intera comunità scientifica. Sono cose che avrebbe potuto dire un governatore consapevole di avere le mani legate? Il problema, allora, è che uso si è fatto di tutto questo potere. E qui parlano i risultati, che purtroppo sono quelli che sono.

A fine anno, infatti, il ministero ha reso noto l’anticipazione della classifica delle regioni per quanto riguarda i cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza, e il quadro che se ne ricava è desolante. La fotografia dell’ennesimo divario nazionale. La Campania non solo scivola in coda, senza più nessuno alle spalle, ma per la prima volta addirittura finisce sotto la soglia dei 100 punti. Il punteggio, ufficializzato lunedì dalla ministra Lorenzin a «Porta a porta», è 99, assai lontano da quello ritenuto sufficiente, che è 160. «Mai nessuna regione è arrivata tanto in basso», ha aggiunto, con evidente tono polemico, Lorenzin. La Campania non era certo messa bene, eppure quando De Luca l’ha ereditata da Caldoro partiva da quota 137, avendo già guadagnato nel 2015 dieci punti sull’anno precedente. Ora perde invece 38 punti in un colpo solo. Un tonfo, forse aggravato dalla mancata sostituzione dell’Arsan (che si occupava anche della raccolta e della elaborazione dei dati sanitari) con qualcosa di meglio. La Toscana e l’Emilia Romagna, tanto per farsi un’idea, viaggiano da anni oltre i duecento punti. Ciò vuol dire tante cose, ma la sostanza è quella che conosciamo tutti: chi si ammala in Campania si ammala due volte. Qui le liste di attesa sono più lunghe che altrove; la prevenzione si fa male o non si fa affatto; le procedure di intervento sono disomogenee, i policlinici non sono ancora ospedalizzati come accade in tutte le altre regioni e la rete dell’emergenza semplicemente non esiste: Nola docet. La Campania è la regione che fa registrare più ricoveri in assoluto nei pronto soccorsi, perché i servizi decentrati, privi di regia e controlli, trattengono solo un 10-20% dei malati. Il bed-manager, colui che gestisce la disponibilità complessiva dei posti letto? Mai visto né sentito.

Ciò spiega perché, questa volta, dopo i malati curati sul pavimento, le foto sul web e l’indignazione generale, le sparate punitive di De Luca ai danni dei dirigenti sanitari (presunti) responsabili dello scandalo, seguite al più potente e geometrico ricorso allo spoil system mai visto finora, si sono rivelate nel migliore dei casi un’imprudenza. Nel peggiore, un dannoso esercizio di arroganza. Finora, quelle sparate avevano rafforzano l’idea di un leader autorevole e spregiudicato, capace di sfidare caste e privilegi. Ora, invece, a molti è sembrato che De Luca abbia urlato solo per confondere le acque. Che il Movimento Cinque stelle si sia schierato a difesa dei medici sospesi per marcare la distanza dal governatore è nei fatti. Che la ministra Lorenzin abbia difeso i camici bianchi di Nola anche per allontanare ogni sospetto dal ruolo dei commissari di governo è possibile. Che le organizzazioni sindacali abbiano reagito anche per spirito di corpo è perfino ovvio. Ma la novità vera questa volta è un’altra. Sono le voci di esplicito dissenso levatesi dal Pd. Indicativo il tweet di Pina Picierno, parlamentare europeo: «Nola: solidarietà ai medici sospesi. I responsabili sono nelle Asl dove si decidono posti letto e piani ospedalieri». E chi nomina i responsabili delle Asl? De Luca, appunto. Quasi un cerchio che si chiude.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/politica/17_gennaio_12/sanita-de-luca-travolto-sua-stessa-furia-68ce57b6-d8e0-11e6-ac93-fecbe093a25d.shtml

Leave a Reply