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Perché infermiera sì e ingegnera no? Perché sarta sì e ministra no? Nell’onda dei ripetuti inviti dell’Accademia della Crusca, anche Laura Boldrini, in questi anni, non ha smesso di insistere sulla necessità di rispettare il genere grammaticale anche per i titoli professionali e i ruoli istituzionali. Quella che oggi è per (quasi) tutti la presidente della Camera un tempo sarebbe stata il presidente e magari la presidentessa. Fatto sta che il lungo dibattito sul sessismo linguistico, che sembrava avviato verso un quieto consenso di opinioni, è stato riaperto un po’ brutalmente venerdì da Giorgio Napolitano, il quale, incontrando la stessa Boldrini, ha usato aggettivi inequivocabili: «È abominevole pronunciare la parola sindaca e orribile dire ministra».
È vero che il mondo femminile è diviso sulle parole nuove, essendo ancora numerose le donne (anche femministe) che preferiscono sentirsi chiamare avvocato o ministro (anni fa Stefania Prestigiacomo dichiarò pericolosa l’assonanza tra ministra e minestra). Ma che ne dicono gli uomini? A botta calda, il presidente della Fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti, avvocato e politico di lungo corso, non ha esitato ad allinearsi con lo sdegno dell’ex capo di Stato. E ribadisce: «Come si fa a non sentire la cacofonia di una parola come assessora! Suona male, anzi malissimo… Invece di parlare della sindaca Virginia Raggi, io direi la signora Raggi, sindaco, mi sembra più elegante. Ma vedo che il problema comincia a colorarsi di tinte…». Guzzetti non completa la frase, ma intende «ideologiche». Per i linguisti non c’è discussione. Luca Serianni si dice favorevole alla femminilizzazione: «Le parole nuove suscitano sempre sospetto nella comunità dei parlanti, che per istinto è conservatrice». E accenna ad alcune posizioni estreme di una celebre femminista, autrice nel 1987 di un documento contro il sessismo linguistico: «Nel suo opuscolo, del 1987, Alma Sabatini esortava a sostituire “uomo della strada” con “persona della strada”… Direi che il limite all’ideologia è la barriera del ridicolo. Per esempio, avvocata, rischia di evocare il Salve Regina o il quartiere di Napoli, ma sindaca, ministra e assessora ormai mi paiono affermate».

Si potrebbe buttarla sulla questione generazionale: la difficoltà, per parlanti più anziani, ad accogliere il cambiamento. Ma ad attenuare l’ipotesi anagrafica è la voce di Sergio Lepri, classe 1919 e storico direttore dell’Ansa, cui si devono diversi interventi a favore delle ministre e delle prefette: «Non sono d’accordo con Napolitano: l’androcentrismo linguistico è un problema che esiste solo in Italia e che non si pone in francese, in tedesco né in spagnolo, dove addirittura c’è la presidenta. Da noi si stenta ad accettare che le donne accedano a professioni per secoli esercitate solo dagli uomini. E trovo paradossale che alcune ministre preferiscano essere ministri». Anche sulla questione del suffisso –essa, che si porterebbe dietro una lieve connotazione dispregiativa, Lepri è molto lucido: «Non arriverei a dire la poeta e la professora, perché poetessa e professoressa sono storicamente entrate nell’uso».

Lepri sorride nel ricordare quando da direttore dell’Ansa raccolse la protesta di Susanna Agnelli, che pretendeva di essere definita senatore e non senatrice: «Le risposi che chiamandola senatore rischiava di confondersi con suo nonno. Tempo fa vidi in tv una partita di calcio femminile in cui l’arbitro era arbitra ma la sua assistente, cioè la quarta donna, veniva chiamata quarto uomo. Ci vuole buonsenso oltre che buongusto. Pensi se si dovesse dire che il ministro veste un tailleur…». «Non mi piace…», borbotta infine Giuseppe Conte. All’orecchio del poeta assessora suona stonato, cacofonico. «Mi sembra femminismo mal riposto. La dignità femminile è grandiosa e stupenda ma non credo passi dal mettere una –a ai termini che qualificano il potere. L’importante è che le donne non si maschilizzino nel comportamento».

SU http://27esimaora.corriere.it/16_dicembre_17/cambiare-o-no-nomi-femminile-c2931c3c-c4a4-11e6-bdd5-b215bf22a380.shtml

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