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“Lo stato di emergenza continua, registrato nei Pronto Soccorso della Toscana durante tutto il periodo festivo, si inscrive ed è sintomo, non l’unico, del più ampio quadro di riordino del Sistema Sanitario Regionale. Piano viziato già in partenza da alcuni difetti di origine. È stato infatti imposto con una procedura verticistica, non studiata e condivisa con l’esperienza e le risorse presenti sul territorio. È stato definito un piano per far fronte alla crisi di risorse, eppure ha mosso ingenti capitali, agendo disinvoltamente sul mercato con i moderni strumenti finanziari (vedi project financing), per realizzare il mega progetto dei nuovi ospedali.

Si poneva l’obiettivo di potenziare il territorio, ma nasceva lontano dal territorio, dall’intuizione di un ristretto gruppo di “esperti”, “ingegneri dell’innovazione”, per stravolgere un sistema sanitario considerato all’avanguardia. Tutta un’altra storia rispetto alla feconda tradizione toscana. Dopo i primi tre anni di esperienza dell’Ospedale San Jacopo di Pistoia, inaugurato nel luglio 2013, la nostra opinione è che con il modello per intensità di cure, presentato con l’idea di mettere la persona al centro dei percorsi terapeutici, il paziente rischia di essere più anonimo e spersonalizzato di prima. Così come il lavoro dei sanitari e l’ambiente in cui operano. Se questo esito è in qualche modo limitato è per la dedizione degli operatori, non certo per una caratteristica di sistema. Da noi partiva il modello per intensità di cure e già giungeva l’eco di fallimenti e ripensamenti che altrove hanno maturato su quel tipo di impostazione. Quello che sta succedendo oggi è sotto gli occhi di tutti. Sistema continuamente in affanno, carenza cronica di letti in ospedale, mancanza di una adeguata rete territoriale, totale incapacità a fronteggiare situazioni di emergenza. Si corre ai ripari con rimedi discutibili, spremendo oltre il lecito il personale nella gestione ordinaria, figuriamoci nell’emergenza! Non si può pensare di risolvere il problema, sempre all’insegna dell’improvvisazione, richiamando anticipatamente il personale dalle ferie o ricorrendo agli straordinari (oltretutto sono i lavoratori stessi a pagare, poiché i soldi degli straordinari vengono presi dai fondi a loro destinati), né di risolvere l’emergenza alimentando ancora il lavoro precario, mentre le nuove assunzioni, che auspichiamo, saranno operative forse tra 3 o 4 mesi, quando la fase acuta del problema sarà fisiologicamente conclusa! Non è accettabile cercare le soluzioni attraverso espedienti, come abbiamo già visto nel recente passato, ogni volta che emerge una criticità; vedi l’uso improprio della pronta disponibilità infermieristica, la richiesta agli internisti di coprire turni medici al Punto di Primo Intervento a San Marcello, l’utilizzo del personale per mansioni superiori alla qualifica (impiego degli OSS in sala operatoria per compiti precedentemente svolti da personale infermieristico)… Ci sarebbero gli estremi per chiedere le dimissioni generalizzate di chi ha responsabilità nei ruoli chiave delle politiche sanitarie regionali (assessore alla sanità e direttori generali), se non sapessimo troppo bene che i successori scelti da questa classe dirigente, sarebbero i perfetti cloni dei loro predecessori. Che fare per salvare la sanità!? È stato fatto un danno forse irreparabile, tornare indietro non si può. È stato fortemente alterato e compromesso il tessuto costitutivo di un sistema (quello toscano) considerato eccellente. Cosa possiamo fare per salvare quello che resta, per arginare questa deriva verso il progressivo smembramento del servizio pubblico, inesorabilmente a favore dell’impresa privata!? Dobbiamo ammettere che se siamo giunti alla situazione attuale, ciò non può essere avvenuto senza un concorso di responsabilità diffuse, la mancanza di un’opposizione autentica e di un impegno vero a tutela del bene comune. In questo scenario risalta la grave responsabilità delle maggiori organizzazioni sindacali (CGIL, CISL e UIL) di aver abdicato alla propria funzione in difesa degli interessi generali, ridotti a pezzi di apparato, deferentemente appiattiti sulla linea dei loro referenti politici. I sindacati hanno giocato una doppia parte in commedia. Da un lato difendono le proprie posizioni e interessi, più vicini alla classe dirigente che ai lavoratori in sanità, appoggiando di fatto ogni scelta di politica sanitaria presa in questi anni; dall’altra cavalcano “d’ufficio”, per “rispetto formale del mansionario”, la protesta contro le più evidenti, non giustificabili ingiustizie e iniquità prodotte a danno della comunità. Una strategia finalizzata alla normalizzazione del malcontento, in difesa dello status quo e che ha portato al progressivo impoverimento del servizio pubblico, con l’avallo sindacale. Senza una decisa inversione di marcia non potremo vedere miglioramenti, il peggio deve ancora venire! Se i maggiori soggetti coinvolti continuano ad essere soltanto “cinghie di trasmissione” di un potere decisionale incontrastato che ci esclude e ci sovrasta, niente cambierà. Vorremo avere dei dirigenti con un patrimonio di attributi autonomo, capaci di una dialettica reale con la controparte politica, oltreché con i lavoratori. Dirigenti emersi da una vera selezione di merito, che abbiano una loro visione dei servizi e la capacità di difenderla. Dirigenti, appunto, non scolaretti messi lì a svolgere il loro compitino, a dimostrare al loro datore di lavoro quanto sono ossequiosi e meritevoli della poltrona assegnata. La FIALS da anni si batte su questi temi, è una delle poche voci fuori dal coro, che mette tutte le sue forze e il suo impegno a difesa del servizio sanitario pubblico”.

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