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Editoriali

FATTA LA FORMAZIONE COMPLEMENTARE, OCCORRE IL PROCESSO ASSISTENZIALE

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“Fatta la formazione complementare, bisogna fare il processo assistenziale”.

Con questa provocazione pragmatica (non voglia essere una indebita entrata a gamba tesa nei campi dei diversi attori della contesa),
il concetto sopra espresso vuole significare che per quanto riguarda l’assurda polemicuccia ormai extra regione su oss – super OSS – OSS elevato enne, l’Italia politica, legislativa, aziendale, sociale, sindacale, istituzionale, professionale, associativa, manageriale e finanche culturale mai divisa come anche questo frangente dimostra, non può continuare a governare le differenze fra i bisogni delle regioni, le domande dei cittadini e le risposte che devono essere rese oggi e non domani, a chi le chiede e non a chi si arroga il diritto di una qualche prerogativa ed esclusiva e non si capisce a quale titolo.

La sanità pubblica e privata (e i sistemi sanitario nazionale e sanitari regionali) continua ad essere sostanzialmente un coacervo di prospettive differenti che rispondono al segreto dell’urna elettorale quale che essa sia e a seconda del portatore d’interesse e d’immagine, chiedendosi se “Zaia mi nota di più se sono assente o se sono presente“?

L’attaccamento a posizioni di rendita quali ad esempio il DM 739 o l’accordo Stato Regioni del 2003 o peggio ancora la nostalgia del DPR 225/74 e delle scuole per l’Abilitazione a Funzioni Direttive,
sono l’humus da cui generano le contraddizioni del 2022, distante decenni ed ere geologiche dopo l’avvento di pubblici dipendenti e funzionari che ancora calcano la scena e che ancora si chiedono come mai lo scatto di anzianità non sia indicato in busta paga.

Linguaggi, culture, formazione ed esperienze diverse che convergono solo quando si palesano per quello che sono: divisive, obsolete, anacronistiche, in bianco e nero, prive di respiro politico.

Quindi inutili.

I più arditi nemici del sistema sanitario non sono i politici, ma gli attori dei teatri d’assistenza, dove per teatro si intende un palco in cui compaiono marionette mosse da fili invisibili e che rispondono non al cittadino ma all’interesse di parte.

La politica regionale del Veneto vorrebbe proporre di fare una sanità privata nuova, ma se i diversi protagonisti e a vario titolo, compresi gli imbucati, ambiscono a rimanere meri esecutori di ordini di servizio e mansioni lasciando sullo sfondo sia la responsabilità della gestione del processo assistenzale che le competenze, la domanda è solo una: dove è l’errore?

Dove è l’ errore? Nella legislazione Regione Veneto? Nella responsabilità di governare il momento da parte di Opi provinciali?

Oppure l’errore è insito nella difesa ad oltranza di una proposta socio assistenziale indifendibile in quanto superata dai tempi e dai fatti e da parte di associazioni non riconosciute o da rappresentanze professionali che non hanno coraggio?

Le morali del popolino dei social e dei leoni da tastiera che si nascondono solo nell’ambito della lamentazione ed incapaci di rinunciare all’ombrello protettivo dell’organizzazione che ti impone di cosa fare quando piuttosto che pretendere ed avanzare campo autonomo sul come fare con chi, le lasciamo alle casse di risonanza.

Per riformare il sistema, nessuno dei leoni da tastiera e di chi li amplifica si rende minimamente conto che sono parte del problema se non il problema stesso, con l’aggravante che per riformare il sistema sarebbe necessario che si riformassero prima loro.

Altrimenti si vivrà una ennesima stagione di isolamento culturale, etico e politico per la scarsa caratura di alcuni che contestano la “responsabilità di assumersi responsabilità” da parte di Ordini Professioni Infermieristiche che pongono sul tavolo un problema cercando di trovare soluzioni e non di chiudersi in casa.

Saranno anche responsabilità significative e magari contrastanti quelle di Opi del Veneto, ma pur sempre necessarie e che lanciano una pietra nello stagno dell’ipocrisia.

Opi del Veneto sono un ingranaggio nel complesso di altri movimenti, ma senza il quale scorrere non si va da nessuna parte se non in retromarcia.