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Parere degli esperti

C’ERA UNA VOLTA LO STIGMA… PROSPETTIVE INFERMIERISTICHE SOCIALI IN SALUTE MENTALE

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Quello dello stigma rimane un grosso problema sociale; a maggior ragione in Salute Mentale.

Niente di nuovo. Lo sappiamo, lo viviamo tutti i giorni con la persone che a noi si affidano per problematiche del Disagio Relazionale; per noi Infermieri della Salute Mentale è veramente troppo deludente oltre che ulteriormente problematico quando il Paziente ci presenta il problema, realistico, squalificante, dello stigma, mentre constatiamo che un tale pregnate risentimento viene, a sua volta, considerato anch’esso sintomo della stessa “malattia”.

Eppure, diventa complicato, oltre che conflittuale, un intervento funzionale in tal senso. Questo mentre ci si rivolge l’invito ad un intervento manipolativo, poco dignitoso per noi oltre che per il Paziente. Non c’è proprio niente da fare? Almeno una riflessione ce la dovremmo consentire. È quello che sto cercando di fare attraverso l’invito alla pubblicazione sui propri siti del lavoro allegato. È poco, sicuramente; anzi niente, rispetto a quello di cui c’è bisogno. Le dinamiche di una diagnosi psichiatrica che, al di là da come viene espressa e descritta, in altro modo non viene tradotta che come diagnosi di “follia”, di “malattia mentale”, di “Schizofrenia”, sono del tutto diverse da quelle di ogni altra diagnosi medica. E questo, ancora oggi, è un grosso ostacolo, sicuramente per l’Ass.

Infermieristica che la prima difficoltà che si trova ad affrontare è quella degli effetti della stigmatizzazione diagnostica sulla persona già sofferente. Anche per il Paziente e per la sua famiglia che non ho visto mai aiutati da una diagnosi psichiatrica.

Il vecchio stigma della Psichiatria nella nuova Salute Mentale

Voglio allora porre all’attenzione della vostra riconosciuta sensibilità all’argomento, il tema dello “stigma”, argomento tutt’oggi scottante per il peso che riveste nell’economia della Recovery per pazienti in cura presso i servizi della Salute Mentale, per il quale spero vogliate condividere una riflessione del cui contenuto vi partecipo per la professione di mia competenza che è quella di Infermiere.

La malattia è certamente fenomeno doloroso, non solo in quanto è determinata da un riscontrabile, definibile, identificabile quanto evidenziabile dato di patologia ma anche e prima di tutto per il vissuto che di essa ne ha il portatore e la famiglia oltre che l’entourage comunitario più prossimo. La “malattia”, sostenuta da una diagnosi, in Psichiatra è stata di una certa inquietante sofferenza integrativa del vissuto di sofferenza già attribuibile alla condizione di Disagio Relazionale che la persona ha vissuto. In Psichiatria si dice “malattia” e si legge “follia”, “pazzia”, “malattia mentale”, “schizofrenia”, “pericolosità sociale”… e tutte la altre e diverse categorie espressione dei più negativi e socialmente terribili connotati, che per secoli l’Istituzione Psichiatrica ha accumulato a scapito delle persone che gli sono stati affidati in cura, il cui prioritario effetto, lungi da un qualche valore terapeutico, è stato quello di etichettatura stigmatizzante per chi fosse stato diagnosticato come “malato mentale”.

Le cose non vanno meglio nell’Istituzione della Salute Mentale anche per chi, almeno nella teoria, continua ad essere diagnosticato non più per malattie mentali ma, oggi, per “disturbi mentali” (Cfr. DSM) mentre nella quotidiana pratica relazionale è rimasto ed è concepito e considerato come il “malato mentale” di sempre.

Allora l’Infermiere che lavora in Salute Mentale, che non fa diagnosi psichiatriche né diagnosi di ”

E questo l’Infermiere lo sa, perché lo nota e lo vive tutti i giorni ma, tra lo stravagante Potere dello Psichiatra e il disamoramento nei confronti di una presa di responsabilità sia nei confronti della sua stessa professione sia nei confronti dello stesso Paziente, tende ad ignorarlo preferendo comprarsi la pace o riducendosi ad una pace coatta. Cosa diversa dell’autonomia professionale infermieristica, a sua volta cosa diversa da un atteggiamento da mini Psichiatra di cui non c’è proprio bisogno. Niente di nuovo. Solo il tentativo di una riflessione sull’attualità del vecchio stigma del “Paziente psichiatrico” nella nuova “Salute Mentale”.

 

Per l’Infermiere che lavora in Salute Mentale, Empowerment e Recovery rimangono espressioni retoriche se non inserite in una cornice di lotta allo stigma. Retorica è l’emancipazione dalla sofferenza quando la Diagnosi psichiatrica è innesco di un processo di stigmatizzazione. La Diagnosi infermieristica non riesce a fare a meno di rintracciare segni e sintomi di una Sindrome dello stigmatizzato. È importante allora valutare una condizione di Disagio Relazionale (Di.Re.) o quella di Grave Disturbo Relazionale da un punto di vista infermieristico.

Un punto di vista trans-psichiatrico al di là della “Malattia Mentale”.

Se lo ritenete non solo un modo per l’Infermiere di raccontare la professione dall’interno anche un tentativo per mantenere viva, certamente da punti di vista diversi,  un’occasione di riflessione su un argomento qual è ancora attualmente lo stigma in Salute Mentale che, in tantissimi casi, non è allegato alla “malattia” ma è esso stesso “malattia”, vi allego una riflessione che, qualora lo riteneste, potreste inserire e pubblicare tra i vostri articoli. Il taglio è quello che guarda ad una prospettiva della Recovery e dell’Empowerment in Salute Mentale metodologie riconosciute in contrasto con le ancora attuali pratiche della stigmatizzazione.  E poi c’è un problema di nome che non è solo nominale. Quello che sembra molto più terapeutico e meno stigmatizzante è provare a pensare, oltre che denominare, con una diversa definizione e una diversa terminologia una condizione che è sì di enorme sofferenza ma che, ancora oggi, pur se si denota come molto di più che una malattia e se gode di un lungo elenco di categorie nosografiche, è lungi dal potere essere correttamente e logicamente definibile come “malattia” al punto che la stessa organizzazione dei vari DSM, ritenute la Bibbia della Psichiatria, ha dovuto ricorrere al termine di “disturbo mentale” e non più a quello di “malattia”.
Grazie.
Distinti saluti.

Inf. Dott. Gaetano Bonanno.