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MANTOVA. Tra i quaranta e i cinquanta pazienti al giorno, per un totale annuo di circa 9mila visite. Senza interruzione, dal lunedì alla domenica, dalle 8 di mattina alle 20 di sera. L’ambulatorio filtro dei codici bianchi (pazienti non urgenti e quindi soggetti al pagamento del ticket da 25 euro) del pronto soccorso del Carlo Poma resterà aperto anche tutto il 2017, ma con una novità di rilievo. Cessa da quest’anno la convenzione con la vecchia Asl di Mantova e quindi la squadra – una quindicina di camici bianchi – non sarà più composta dai medici di medicina generale e di continuità assistenziale che non avevano ancora raggiunto i 500 pazienti, ma sarà rappresentata solo da specialisti dell’ospedale di Mantova, una decina già in forza al pronto soccorso e cinque provenienti da altri reparti del Poma. Il tutto si traduce in un impegno ulteriore da parte della nuova Asst di Mantova (nata a inizio 2016 dopo la riforma regionale che ha mandato in pensione le vecchie aziende ospedaliere), che a questo punto mette a disposizione personale altamente qualificato per la valutazione dei codici bianchi.

Certo resta sempre una riflessione da fare: il paziente in codice bianco in teoria non dovrebbe recarsi al pronto soccorso (riservato solo alle urgenze), ma dovrebbe rivolgersi al proprio medico di medicina generale.

Nel 2016 solo per i costi del personale medico impiegato nella valutazione dei codici bianchi sono stati spesi 110mila euro.

L’ambulatorio filtro gestito da medici esterni all’ospedale era entrato in funzione nell’estate del 2012. L’accordo con l’Asl era nato in seguito ad una delibera regionale che cercava di dare risposte alle esigenze dei pazienti meno gravi, lasciando al pronto soccorso la gestione dei casi più complessi.

L’obiettivo era quello di decongestionare il reparto delle urgenze e nel contempo, differenziando i percorsi, essere in grado di rispondere in tempi ragionevoli alle diverse richieste dei cittadini che accedono al pronto soccorso. Il codice bianco indica una situazione non critica, di nessuna urgenza, di fatto un accesso inappropriato e viene preso in carico al momento dell’arrivo al triage. Al termine della visita, ovvero al momento della dimissione, viene attribuito ufficialmente e in quel momento il paziente dovrebbe pagare il ticket.

L’uso del condizionale è d’obbligo, perché nella maggior parte dei casi si riesce ad aggirare il ticket perché il paziente usufruisce già di un’esenzione per soglia di età o di reddito, malattia o perché disoccupato o cassintegrato. Uno studio compiuto di recente dimostra infatti che più della metà dei codici bianchi non ha l’obbligo di pagare i 25 euro.

I costi a carico del servizio sanitario continuano quindi a lievitare, nonostante i continui appelli da parte dei vertici dell’ospedale che invitano da anni i pazienti a valutare la vera necessità di rivolgersi al pronto soccorso ed eventualmente optare per il proprio medico di famiglia.

A fine 2016 nell’ambito della campagna di sensibilizzazione sull’utilizzo appropriato del pronto soccorso, il Carlo Poma aveva reso noto che su un totale di oltre 100mila accessi nelle strutture di Mantova, Asola e Pieve di Coriano l’85% dei casi non era da considerare grave e che i codici gialli e rossi erano solo 17mila.

http://gazzettadimantova.gelocal.it/mantova/cronaca/2017/01/05/news/boom-di-codici-bianchi-costano-110mila-euro-1.14664273

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