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IL TRIBUNALE DEI DIRITTI DEL MALATO E LA PROSPETTIVA CHE FAVORIREBBE LA SANITA’ PRIVATA?

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Nei giorni scorsi è stata data, sui mezzi di informazione, grande enfasi al varo dei nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza) da parte del ministero della salute, pochi però ci hanno precisato che, ad oggi, essi pur risolvendo solo in minima parte i problemi dei cittadini affetti da patologie, costituiscono un mero libro dei sogni, non essendovi adeguata copertura finanziaria per garantirli. Molto meno spazio sui media è stato dato alla presentazione del XIX Rapporto PIT Salute del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, che pur basandosi su 21.493 segnalazioni giunte nel corso del 2015 al PiT Salute nazionale e ai PiT Salute locali e sezioni territoriali dell’associazione, rappresenta una fotografia allarmante sullo “stato di salute” della sanità in Italia.

Una sanità che – non correggendo una serie di fattori sempre più negativi, quali: difficoltà di accesso alle prestazioni (in particolare, quelle complesse come visite, interventi, PMA) e tempi di attesa sempre più lunghi; strutture ospedaliere e apparecchiature sanitarie fatiscenti; difficoltà nel rapporto con medici di famiglia e pediatri; deficit e costi dell’assistenza residenziale e domiciliare; criticità per costi, limitazioni e indisponibilità dei farmaci; accesso alla documentazione sanitaria incompleto o inaccessibile, lentezza nella procedura di riconoscimento della invalidità e dell’handicap, maggiori criticità nella rete dell’emergenza-urgenza (pronto soccorso) – si allontana decisamente dai canoni tipici di un servizio universale e pubblico, per condurre la persona che se lo può permettere verso le strutture private e i più svantaggiati a rinunciare a curarsi. Insomma, una situazione che non si può certo dire garantisca appieno il diritto alla salute.

«Se lo scorso anno abbiamo denunciato che si stavano abituando i cittadini a considerare il privato e l’intramoenia come prima scelta, ora ne abbiamo la prova: le persone sono state abituate a farlo per le prestazioni a più basso costo (ecografie, esami del sangue, etc.). Non perché non vogliano usufruire del SSN, ma perché vivono ogni giorno un assurdo: per tempi e peso dei ticket, a conti fatti, si fa prima ad andare in intramoenia o nel privato − dichiara Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, che aggiunge − E il SSN, in particolare sulle prestazioni meno complesse, e forse anche più “redditizie”, ha di fatto scelto di non essere la prima scelta per i cittadini.

Secondo assurdo: si tratta di prestazioni previste nei Livelli Essenziali di Assistenza, quindi un diritto. E’ questa la revisione dei LEA “in pratica”, che i cittadini già sperimentano ogni giorno.

Il SSN rimane, invece, quasi insostituibile per la maggior parte delle persone, per le prestazioni a più alto costo, o particolare impiego di alte tecnologie e professionalità verso le quali però esistono crescenti difficoltà di accesso, oltre che discriminazioni tra pazienti. Ma spesso tale patrimonio tecnologico è alle prese con obsolescenza, fatiscenza, igiene, ritardi nella manutenzione e nella riparazione: tutti fattori che incidono su qualità e sicurezza delle cure e dei luoghi di cura. Insomma, l’effetto sui cittadini delle scelte politico-amministrative è di un Servizio Sanitario Nazionale che sembra “in ritirata”.

Il 10,8% degli intervistati dichiara di non poter sostenere economicamente la spesa necessaria per curarsi.

Le situazioni più critiche: 2 anni di attesa per la rimozione di protesi; 15 mesi per una mammografia.

In generale, quasi una segnalazione su tre (30,5%) riguarda le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie pubbliche, per liste di attesa (54,5%), ticket (30,5%), intramoenia (8,4%).

Diminuiscono le segnalazioni di liste di attesa per esami diagnostici semplici, dal 36,7% del 2014 al 25,5% del 2015 perché, in molti casi, i ticket superano il costo della stessa prestazione presso strutture private e così si preferisce rivolgersi a queste ultime.

Crescono, invece, decisamente le segnalazioni per i lunghi tempi di attesa per gli interventi chirurgici (35,3% erano il 28,8% del 2014) e per le visite specialistiche (34,3% contro il 26,3%).

In testa, per segnalazioni su lunghi tempi di attesa negli interventi chirurgici, l’area di ortopedia (che appare la pecora nera della medicina italiana, anche per errori sia in sede chirurgica che diagnostica) con il 30,7% (era il 27,5% nel 2014); per le visite specialistiche, l’area oculistica (25% contro il 18,5% nel 2014); per gli esami diagnostici, le prestazioni per le quali si attende di più sono le ecografie (18,8%, era il 24,1% nell’anno precedente).

Nell’ambito delle segnalazioni sui ticket, a pesare sono soprattutto i costi per diagnostica e specialistica (41%).  A seguire, la mancata applicazione dell’esenzione (24,5%, nel 2014 era il 10,9%) e i costi per le prestazioni a totale carico dei cittadini (20,8%, 17,8% nel 2014). Insomma, per gli italiani affrontare queste spese è sempre più difficile.

Stabili le segnalazioni sugli errori sanitari. Ma si segnala un peggioramento delle condizioni delle strutture (25,7% contro il 17% dell’anno precedente), legato principalmente al malfunzionamento dei macchinari (41,9%, nel 2014 era al 38,2%), alle precarie condizioni igieniche (30,1%) e agli ambienti fatiscenti (28,1%).

I presunti errori pesano di più nell’area delle terapie (58,3%) e, a seguire, nell’area diagnostica (41,7%). In testa, fra gli errori terapeutici, quelli di ortopedia (14,3%, ma in diminuzione rispetto al 2014 quando era del 42,7%%) e in ginecologia e ostetricia (14%); migliora lievemente la chirurgia generale (12,9%, era 14,1%). Anche in ambito diagnostico, gli errori si verificano più di frequente in ortopedia (15,6%) e in ginecologia ed ostetricia (15,2%).

Singolare poi il fatto che, in caso di presunti errori, su 768 consulenze medico legali, in quasi due casi su tre (63%) si sconsigli l’azione legale. Nel 57% dei casi perché sembra mancare un nesso di causalità, per cui non sembrerebbe ravvisabile una diretta responsabilità sanitaria. In circa un caso su tre (32%), perché la documentazione clinica consegnata dalle strutture, essendo incompleta o inadeguata, rende impossibile avviare l’azione e nell’11% dei casi è stata consegnata tanto in ritardo che sono decorsi i termini per l’azione legale.

Sulle denunce fatte dai cittadini pesa, oltre al possibile errore interpretativo del paziente sull’operato dei professionisti sanitari (39%), anche il vissuto di trattamenti poco umani da parte del personale (34%) e la mancanza di adeguate informazioni fornite dallo stesso personale (27%).

Le cose non vanno meglio sul territorio. Il 28,4% dei medici e dei pediatri di famiglia è sempre più restio a prescrivere medicinali e il 17,9% sottostima i problemi di salute dei propri pazienti, mentre gli orari di ricevimento sono giudicati inadeguati nel 25,4% dei casi.

In tema di assistenza residenziale, soprattutto nelle RSA, un terzo dei cittadini lamenta la scarsa assistenza medico-infermieristica, i costi eccessivi delle rette per la degenza, le lunghe liste di attesa e la distanza dal domicilio della famiglia.

Analoga insoddisfazione vi è per le strutture di ricovero per la salute mentale, il 31,3% delle quali appaiono inadeguate ai cittadini; per i familiari dei pazienti, la gestione della problematica appare difficile nel 22,4% dei casi anche perché nel 17,9% dei casi la qualità dell’assistenza fornita dal Dipartimento o dal centro di salute mentale appare scarsa.

Sulla riabilitazione, le segnalazioni riguardano per lo più quella effettuata all’interno delle strutture sanitarie (43%), per la quale un terzo ravvisa scarsa qualità del servizio, quasi un quarto la mancata attivazione, un quinto la carenza di posti letto; quasi il 30% riguarda la riabilitazione ambulatoriale, per la quale i cittadini lamentano disagi legati all’attivazione del servizio (55,6%) e alla scarsità di ore (44,4%); infine, il 27% riguarda la riabilitazione a domicilio, per la quale il 31% segnala la difficoltà nell’attivarla, il 21% la riduzione del servizio e un ulteriore 21% (in crescita di ben l’11% rispetto al 2014) la totale sospensione dello stesso.

In tema di assistenza domiciliare, quasi il 44,8% delle segnalazioni riguarda le difficoltà ad avere informazioni e la complessità nell’iter di attivazione, il 12,6% l’inesistenza del servizio o le lunghe liste di attesa.

Per l’assistenza protesica e integrativa, il 47,6% denuncia i lunghi tempi di attesa, il 26,2% l’insufficienza delle forniture e la scarsa qualità dei prodotti. In particolare, il 24% delle protesi per gli arti inferiori viene giudicato inadeguato, né è migliore il giudizio su carrozzine, montascale, deambulatori, scarpe ortopediche e apparecchi acustici, busti e corsetti: gli insoddisfatti si aggirano mediamente intorno al 15%.

L’11,4% dei cittadini segnala carenze di informazioni in ambito sanitario e di accesso alla documentazione sanitaria. Le informazioni scarseggiano soprattutto sulle prestazioni assistenziali (30%) e sull’assistenza sanitaria di base (25%). L’accesso alla documentazione sanitaria è considerato problematico soprattutto (45,5%) per i lunghi tempi necessari per il rilascio. Ancor più grave è il fatto che il 23,4 % delle segnalazioni riguardi il caso di strutture sanitarie che si rifiutano di rilasciare la documentazione sanitaria ai pazienti o che il 14,3% di esse la fornisca incompleta.

In tema di invalidità e disabilità, il 58,2% delle segnalazioni riguarda la lentezza che si riscontra in gran parte (65%) nella fase di presentazione della domanda di invalidità. La convocazione alla prima visita avviene in media dopo 8 mesi dalla presentazione della domanda, e per ricevere il verbale della visita occorrono altri 10 mesi. Per la erogazione, sempre più rara, dei benefici economici occorrono almeno altri 12 mesi. Insomma, il cittadino deve aspettare in media 30 mesi (due in più rispetto ai tempi segnalati nel 2014). Tempi tanto più inaccettabili ove si consideri che in un caso su tre, trattasi di persone affette da malattie oncologiche, per il 27,5% da patologie croniche e neurologiche degenerative, per il 18% da malattie legate all’invecchiamento e nel 10,7% dei casi di persone colpite da malattie rare.

Ma i maggiori disagi (62,8%, era il 50,7% nel 2014) si registrano nei “Pronto Soccorso”, soprattutto per le lunghe attese (45,3%) e per la assegnazione di un triage non trasparente (40,5%, +15% rispetto al 2014). Solo pochissime strutture spiegano come viene assegnato il codice e ancora meno sono quelle dotate di monitor, per indicare i tempi di attesa per codice di priorità.

Non va meglio per i ricoveri: il 45% segnala di aver “subito” il rifiuto o perché il ricovero è ritenuto inappropriato dal personale medico o per tagli ai servizi; un quinto segnala di essere stato ricoverato in un reparto incongruente con la patologia.

Ospedali dai quali spesso si viene dimessi troppo presto, tant’è che il 65,4% dei cittadini ritiene di essere vittima di dimissioni improprie e più di uno su quattro riscontra difficoltà nell’esser preso in carico dal territorio.

Sul fronte dell’accesso ai nuovi farmaci, manca l’informazione e, conseguentemente, l’accesso è inadeguato. Il 31% delle segnalazioni riguarda i nuovi farmaci per l’epatite C, il 45% lamenta la mancanza di informazioni sulle nuove terapie, il 27,5% contesta i criteri di accesso dell’AIFA, il 9,5% i Centri prescrittori, mentre il 27,3% segnala l’indisponibilità di alcuni medicinali (45,7% per carenza in farmacia, 33,2% per ritardi nell’erogazione dei farmaci ospedalieri, 15,8% per ritiro dal mercato, 5,3% perché i farmaci necessari per curarsi non sono commercializzati in Italia).

Altro capitolo dolente è quello della spesa per i farmaci, che viene generalmente considerata elevata, tanto più che il 63% dei cittadini deve pagarli privatamente, il 26% sostiene la differenza di prezzo fra generico e brand e il 10,5% registra un aumento del ticket. In definitiva, per il 10,8% dei cittadini i costi della sanità risultano insostenibili.

Come venirne fuori?

Per Cittadinanzattiva e Tribunale del malato, le prime cose da fare sono: la verifica dei LEA e il contrasto alle lunghe liste di attesa mediante un nuovo Piano nazionale di Governo, che stabilisca tempi certi per l’erogazione delle prestazioni e l’inserimento del rispetto dei tempi massimi tra i criteri di valutazione dei Direttori Generali; la gestione informatizzata e centralizzata delle liste di attesa di tutte le strutture (pubbliche e convenzionate) per esami, visite e interventi chirurgici e ricoveri in piena trasparenza, cosicché i cittadini possano avere pieno accesso a tutte le agende e si evitino distorsioni per un uso “privato” del sistema pubblico.

Al contempo, vanno garantiti trasparenza e controllo sull’intramoenia per evitare abusi, anche bloccando immediatamente le prestazioni quando non si è in grado di garantire il rispetto dei tempi massimi nel canale pubblico o quando i volumi delle prestazioni in intramoenia o i tempi sono sbilanciati rispetto al canale pubblico.

E ancora, controlli e trasparenza su orari, riscossione, costi, luoghi, oltre che scongiurare che sia una scorciatoia o un canale preferenziale per accedere al Servizio pubblico per prestazioni o ricoveri.

I ricavi diretti dell’intramoenia, inoltre, andrebbero destinati all’abbattimento dei tempi di attesa. E, poi, abolizione del superticket da 10 euro e revisione della intera normativa per garantire effettiva equità. Va garantita la contemporaneità della riorganizzazione della rete ospedaliera con quella dell’assistenza territoriale, affiancando agli standard nazionali ospedalieri quelli per “l’assistenza territoriale”, e assicurando una risposta adeguata, tempestiva, continuativa e di qualità nei casi di emergenza-urgenza.

Se queste indicazioni siano state recepite dai nuovi Lea, non è dato sapere ma sarebbe quanto mai auspicabile.

Da ultimo, ma non per importanza, va avviata un’azione di monitoraggio effettivo e trasparente della sicurezza strutturale dei presidi sanitari; vanno impiegate le risorse già disponibili per l’edilizia sanitaria e non ancora spese, utilizzando criteri predefiniti e trasparenti di attribuzione delle priorità di intervento. Occorre investire sul personale e mettere a punto gli standard, contrastando derive che perdono di vista le specificità e i bisogni delle persone, a solo vantaggio del contenimento dei costi.

Purtroppo, il circostanziato Rapporto redatto dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva non sembra aver fatto sussultare Palazzo Chigi e questo perché la sanità pubblica non sembra proprio in cima all’agenda di chi ci governa.

In tempi di liberismo, meglio forse una deriva che favorisca la sanità privata.

https://ilfoglietto.it/il-foglietto/5100-dal-xix-rapporto-del-tribunale-del-malato-una-sanita-pubblica-moribonda.html