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SENTENZA TRIBUNALE LAVORO PORDENONE: MAI VENDERE LA PELLE DELL’ORSO PRIMA DELLA SUA CATTURA…

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Il mezzo tormentone estivo figlio della sentenza del Tribunale Lavoro di Pordenone (leggasi allegato) sta per concludersi, evaporato così come prepotentemente è stato sbandierato.
In attesa dell’articolato integrale del pronunciamento del giudice e che permetta di inquadrare il suo ragionamento e come sia arrivato a quali motivazioni, è da dire che in ogni caso siamo solo alla prima puntata.
Attendono alla prova dei fatti sia l’Appello che la Cassazione.

È fin troppo evidente che il SSN non potrà  farsi carico della quota x e y e z per le iscrizioni agli albi degli aventi titolo, e per l’autonomia degli Ordini se fosse astrattamente confermato il Tribunale del Lavoro, non si può escludere ad esempio una quota pro capite annua determinata in centinaia di euro.
Vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato è una tecnica commerciale per malcapitati.
La sentenza di un giudice si rispetta, ma si rispetta anche il Codice di Procedura Civile.
I ricorrenti  saranno infatti obbligati a resistere in giudizio e proseguire la loro iniziativa in Appello fino in Cassazione, esponendosi ad impegni economici o comunque ad una lite temeraria con molte probabilità di essere persa. Chi le sosterrà?
Nemmeno una vittoria di Pirro, quindi.
Nel momento stesso in cui un giudice stabilisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è lecito e ciò che è illecito, stabilisce anche chi è innocente e chi è colpevole.
In che modo?
La colpevolezza o l’innocenza di un imputato viene stabilita attraverso tre gradi di giudizio comuni sia alle cause civili (generalmente di carattere economico) sia alle cause penali.
Nel primo grado di giudizio i processi si svolgono davanti a un giudice di pace, o in tribunale: davanti a un giudice unico o a un organo collegiale costituito da tre giudici se la pena prevista per il reato è superiore ai 20 anni. Le cause penali più gravi, come quelle per omicidi e stragi, sono di competenza della Corte d’assise, presieduta da due giudici assistiti da una giuria popolare formata da sei cittadini estratti a sorte, che siano in possesso almeno del diploma di licenza media inferiore.
Nel secondo grado di giudizio, contro le sentenze emesse durante il processo di primo grado, si può ricorrere alla Corte d’appello o alla Corte d’assise d’appello (per i casi discussi in Corte d’assise). Questo secondo grado di giudizio può addirittura ribaltare le sentenze emesse in primo grado.
Nel terzo grado di giudizio, contro le sentenze di secondo grado, se vi sono elementi per ritenere che il processo sia stato condotto non interpretando bene le leggi e sia dunque illegittimo, si può ricorrere alla Corte di cassazione, che non giudica l’imputato ma la sentenza d’appello e, in caso affermativo, si procede al suo annullamento.
ps: parlare nel 2019 di Collegio IPASVI e Infermieri Professionali è già un indizio che sarà riscritta la vicenda…
nb: siamo tornati