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Sentenze

PS PISTOIA, RECISE PER ERRORE IL CAVO SALVAVITA: CONDANNATA L’INFERMIERA

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PISTOIA. Condannata l’infermiera del pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo che il 20 marzo 2012, per un tragico errore, tagliò per errore il cavo di alimentazione del dispositivo che teneva in vita il cardiopatico R S, pistoiese, 69 anni.

All’esperta professionista R M, 62 anni, il tribunale di Pistoia (giudice monocratico A A) ha inflitto una pena di 6 mesi e ha riconosciuto una consistente provvisionale per le parti civili, cioè la moglie e i due figli di S. A rispondere “in solido” con l’infermiera sarà l’azienda sanitaria Asl, che all’inizio del processo si era costituita come responsabile civile.

Si è concluso con questo esito, venerdì 13 dicembre, il processo per il tragico incidente al pronto soccorso, la cui prima udienza si svolse nel dicembre 2014. Sette anni esatti per appurare – ovviamente secondo questa sentenza di primo grado – che R Si morì proprio per il taglio dell’alimentazione del suo dispositivo salvavita, un Vad (Ventricular Assessment Device) che gli era stato impiantato all’ospedale San Raffaele di Milano. Le sue condizioni fisiche non erano certo buone – il ricovero quel giorno venne disposto in codice rosso – ma le consulenze discusse durante il dibattimento hanno consentito di appurare che S non sarebbe morto se il suo Vad non si fosse arrestato.

A recidere il cavo dell’alimentazione fu l’infermiera R M, che applicò nell’occasione il protocollo previsto, preparando il paziente all’inserimento di un catetere e, per far questo, liberandolo dai pantaloni con l’aiuto di un apposito paio di forbici. Ma quelle forbici tagliarono anche il tubicino che collegava la pompa artificiale del Vad (impiantata nel torace di S) al pacco delle battterie, che l’uomo in barella aveva tra le gambe. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, il pronto soccorso era stato avvertito dell’arrivo di S e delle caratteristiche del Vad che lo teneva in vita.

Proprio su questo punto ha cercato di far leva la difesa dell’infermiera (avvocato A N), sostenendo che la donna non poteva essere al corrente delle caratteristiche peculiari del malato. Alla fine del dibattimento, la procura della repubblica aveva chiesto la pena di due anni e mezzo per l’infermiera. Venerdì l’udienza è servita solo al pm e agli avvocati di parte civile (E VC A A M F)per replicare alle arringhe dei difensori dell’imputata e della stessa Asl (avvocato C M). Dopo di che il giudice A si è chiusa in camera di consiglio per la sentenza.

Nonostante la riduzione rispetto alla pena chiesta dall’accusa, le parti civili si sono dette soddisfatte. «Per noi – ha commentato la figlia L – era soprattutto importante il riconoscimento delle responsabilità nella morte di mio padre, e questo c’è stato».