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Lazio

MORÌ PER PIAGHE DA DECUBITO: REGIONE LAZIO AVVIA GLI ACCERTAMENTI

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 VITERBO – Donna muore per una piaga di decubito, la Regione Lazio avvia degli accertamenti su l’Adi, l’assistenza domiciliare integrata della Asldi Viterbo. La signora V N morì il 7 agosto del 2012 dopo essere stata presuntivamente curata a domicilio per circa nove mesi da una equipe di sanitari dell’Adi, l’assistenza domiciliare integrata dell’ Asl di Viterbo. Il figlio, G B, non è convinto delle presunte cure praticate alla defunta madre, il suo pensiero corre allora a tutte quelle persone che sono ancora assistite dall’Adi di Viterbo, persone quasi sempre molto anziane ed indifese. L’assistenza domiciliare ha lo scopo di evitare i costi dell’ospedalizzazione e per questa sua opera riceve finanziamenti pubblici dal Fondo della Non Autosufficienza tramite la Regione Lazio.

B si rivolge allora all’Ufficio Requisiti della Regione Lazio e chiede degli accertamenti sul rispetto di quelli che sono i requisiti minimi strutturali dettati nella delibera della giunta regionale del Lazio, la numero 325, quella per poter esercitare l’attività di ”assistenza domiciliare integrata” e quindi ricevere i finanziamenti del Fondo.

Dalle prime indagini effettuate dalla Regione Lazio emerge una lettera del direttore generale della Asl di Viterbo, Daniela Donetti, dove di legge che ìì […] Preso atto della relazione prodotta dalla dottoressa Caporossi ed analizzata la medesima, ivi compresi tutti gli allegati prodotti, con la presente, si evidenzia che l’operato del servizio Adi e, tutte le azioni poste in essere dal personale ivi coinvolto, comprese quelle della dottoressa, sono state poste in essere nel rispetto di linee guida, procedure e normative vigenti in materia”.

Il direttore generale della Asl di Viterbo recita in modo non rispondente a realtà quando scrive ”rispetto di linee guida, procedure e normative vigenti in materia”, ignorando persino le linee guida stabilite proprio dalla stessa Asl viterbese in tema di acquisizione di consenso informato da soggetto incapace.

Si legge, infatti, nelle linee guida aziendali redatte in data 20/12/2011,per la produzione e validazione del Modello di Consenso Informato per quei soggetti, minori e adulti, inabili, incapaci e interdetti che: ”Paziente incapace: quando un paziente, non interdetto e senza amministratore di sostegno, sia temporaneamente incapace di esprimere la propria volontà, il medico deve prestare le cure indispensabili ed indifferibili anche al fine di portare il paziente verso un miglioramento della propria capacità decisionale. Qualora dalla risultanza delle consulenze esperite e dallo scarso successo degli interventi terapeutici attuati si confermi lo stato di incapacità temporanea, si dovrà adire o al giudice tutelare per una amministrazione di sostegno o al procuratore della repubblica per l’iniziativa di una interdizione, nel cui contesto potrà essere autorizzato l’intervento più opportuno” .

La paziente deceduta fu quindi sottoposta a trattamenti sanitari senza acquisire il consenso informato (diritto costituzionalmente garantito) perché, presuntivamente, considerata incapace dai sanitari, che continuarono il loro trattamento per la cura di una piaga di decubito al tallone destro per circa nove mesi. Pertanto non ci si può di certo appellare al trattamento indifferibile, ovvero da novembre 2011 fino al 4 luglio 2012, senza avvisare il giudice tutelare o il procuratore della repubblica e senza così rispettare le suddette linee guida.

Scrive infatti la responsabile, la dottoressa Caporossi, che: ”La signora N V era affetta da una demenza senile con gravi deficit cognitivi, non in grado quindì di comprendere né lo stato di malattia né i miei atti terapeutici’.

La Caporossi  nonostante la paziente fosse palesemente incapace ha omesso/rifiutato di avvisare il magistrato, come invece gli indicano le Linee guida della Asl di cui è dipendente .

Dalla relazione della responsabile Adi emerge altresì che non fu redatta una ”cartella clinica domiciliare” ovvero un atto pubblico con fede privilegiata bensì una cartella contenente un brogliaccio con annotazioni in ordine sparso e senza indicare le terapie eseguite.

L’Adi della Asl di Viterbo sembra anche non essere dotata diun parco veicoli adeguato alle visite domiciliari da compiere, il responsabile infatti spiega nella sua relazione che l’Adi piuttosto che acquistare i veicoli – ed averli quindi a disposizione – preferisce chiedere ai dipendenti d’usare i veicoli personali e rifondere in cambio rimborsi in busta paga.

Gli uffici della Regione Lazio stanno proseguendo i loro accertamenti.

http://www.viterbonews24.it/news/malasanit%C3%A0:-mor%C3%AC-per-piaghe-da-decubito,-la-regione-lazio-avvia-gli-accertamenti_71206.htm