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Legislazione

Sentenze

INFERMIERE LICENZIATO DALLA USL SCALIGERA E DAL GIUDICE

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Un infermiere è stato licenziato per la seconda volta dopo la sentenza del Tribunale di Verona che ha dato ragione all’Usl. L’uomo era stato denunciato nel 2014 per atti osceni davanti a minori. L’allarme era partito dalla mamma di una ragazzina che aveva visto l’uomo denudarsi in auto e masturbarsi di fronte a sua figlia e un’amica a Monteforte d’Alpone: la donna lo aveva anche inseguito in bici per prendergli la targa.

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INFERMIERI E FALSE TESTIMONIANZE: RICORSO RIGETTATO

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SENTENZA nelle forme della motivazione semplificata sul ricorso proposto dalla parte civile V A, nata a Nocea Inferiore il 27/10/1943; nel procedimento a carico di L M A, nata a Eboli il 25/12/1960 avverso la sentenza del 08/11/2016 della Corte di appello di Salerno

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Laura Scalia; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Della Cardia, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito il difensore, avv. Pia Miele, che si riporta ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La Corte di appello di Salerno, con la sentenza in epigrafe indicata, ha confermato quella resa dal Tribunale di Salerno che ha assolto l’imputata, Penale Sent. Sez. 6 Num. 35666 Anno 2017 Presidente: FIDELBO GIORGIO Relatore: SCALIA LAURA Data Udienza: 01/06/2017 Corte di Cassazione – copia non ufficiale AM L M, infermiera presso il ‘Campolongo hospital’ di Eboli dal reato di falsa testimonianza (art. 372 cod. pen.), che le era stato ascritto perché, deponendo come testimone nel giudizio civile introdotto nei confronti della struttura sanitaria, per il risarcimento dei danni subiti durante la degenza, da A V, germana di Anna, affermava falsamente che in occasione di una manovra di trasferimento dalla sedia al letto, la paziente non avrebbe lamentato alcun dolore né avrebbe fatto alcuna rimostranza.

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ORDINANZA SU RICORSO INFERMIERA CONTRO ASL LATINA PER RICONOSCIMENTO INDENNITA’ RISCHIO

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ORDINANZA sul ricorso 14387-2015 proposto da P. G., elettivamente Domiciliata in ROMA, VIALE REGINA MARGHERITA 290, presso lo studio dell’avvocato NIGRO STUDIO NIGRO, rappresentata e difesa dall’avvocato ROBERTO MANTOVANO; – ricorrenti – contro AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE DI LATINA;

La Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale della stessa sede, rigettava la domanda con la quale G P, infermiera presso il servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Presidio ospedaliero Nord di Latina, aveva chiesto la condanna dell’azienda Usl di appartenenza ad erogarle l’ indennità per il personale addetto ai servizi di terapia intensiva e subintensiva, prevista dall’art. 44 comma 6 del C.C.N.L. del 1995, sul presupposto di essersi occupata di prestare attività di assistenza intensiva e subintensiva presso il proprio reparto. La Corte capitolina argomentava che la ricorrente non era addetta in via ordinaria ad un reparto di terapia intensiva e sub-intensiva, sicché la presenza di malati bisognosi di tali terapie era solo un’eventualità; inoltre, la stessa lavoratrice aveva ammesso l’inesistenza nel proprio presidio di un reparto di terapia intensiva e sub-intensiva distinto da quello di appartenenza, dove i malati potessero essere trasferiti.

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ORDINANZA SU RICORSO INFERMIERE CONTRO ASL BRINDISI PER RICONOSCIMENTO INDENNITA’ RISCHIO

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ORDINANZA sul ricorso 24268-2012 proposto da: B D, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA STAZIONE DI MONTE MARIO 9, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA GULLO, rappresentato e difeso dagli avvocati GIUSEPPE MAGARAGGIA, UMBERTO MAGARAGGIA, giusta delega in atti; – ricorrente – contro ASL BRINDISI  al fine di ottenere quali infermieri addetti al pronto soccorso e servizio 118 del P.O., la speciale indennità prevista dal CCNL per il personale operante presso le sale operatorie, strutture di terapia intensiva sub-intensiva e dialisi; 

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INFERMIERA INALA ALDEIDE FORMICA: ADISCE AL GIUDICE DEL LAVORO PER ACCERTARE LE RESPONSABILITA’

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  • S. C. adiva il giudice del lavoro presso il Tribunale di Napoli onde sentir accertare la responsabilità della Fondazione G. Pascale in ordine all’infortunio sul lavoro occorsole il 27 maggio 2004 mentre attendeva alle sue mansioni di infermiera professionale presso -2- Ric. 2016 n. 16295 sez. ML – ud. 21-06-2017 Corte di Cassazione – copia non ufficiale l’Unità Operativa di Chemioterapia allorquando inalava una sostanza tossica individuata poi come “aldeide formica” usata per la manutenzione delle cappe, infortunio dal quale le era residuato un danno biologico di cui chiedeva il risarcimento;

 

  • l’adito giudice, dopo aver autorizzato la chiamata in causa della ditta Adimaref s.r.1., appaltatrice della manutenzione delle cappe, condannava l’Istituto Nazionale per lo studio dei Tumori Fondazione G. Pascale al pagamento della somma di euro 10.855,00 in favore della ricorrente per danno biologico a quest’ultima residuato a seguito del menzionato infortunio, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali, mentre rigettava la domanda nei confronti dell’INAIL e dell’Adimaref
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CASSAZIONE SULL’ESERCIZIO LIBERO PROFESSIONALE INFERMIERISTICO NEI PRELIEVI EMATICI A DOMICILIO

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E’ illegittima la decisione della Giunta regionale (nella fattispecie la Lombardia) di riservare l’attività di prelievo a domicilio unicamente a soggetti autorizzati ad erogare servizi di medicina e laboratorio ASL o SMEL, per cui l’Azienda ha stipulato una serie di accordi di collaborazione con vari soggetti operanti sul territorio, previamente accreditati presso le ASL della provincia, escludendo che la prestazione possa essere resa da infermieri professionali libero-professionisti, ancorché iscritti all’Albo, ma non aderenti ad una delle dette istituzioni.

(Consiglio di Stato, sez. III, sentenza n. 2830/16; depositata il 28 giugno)

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CASSAZIONE SU INFERMIERI, MOBILITA’ INTERNA, ABUSO D’UFFICIO, CONFLITTI SINDACALI

storie di ordinaria tristezza

Infermieri spostati al Pronto soccorso: esclusa l’ipotesi dell’abuso d’ufficio

Cade definitivamente l’accusa nei confronti del direttore che ha firmato il provvedimento. Manca la prova dell’intenzionalità di arrecare un danno. Generico e insufficiente il richiamo a presunti conflitti col sindacato di appartenenza dei lavoratori.

(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza n. 31628/17; depositata il 27 giugno)

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TIRARE UNA TESTATA AL COLLEGA E’ MOTIVO DI LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA

TESTATA

Qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa, consistente in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base idonea per giustificare la sanzione, a meno che colui che ne abbia interesse non provi che solo presi in considerazione congiuntamente, per la loro gravità complessiva, essi sono tali da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 18836/17; depositata il 28 luglio)

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IL DIPENDENTE PUO’ DENUNCIARE L’AZIENDA SENZA RISCHIARE IL POSTO DI LAVORO?

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La denuncia di fatti di potenziale rilievo penale accaduti in azienda non integra giusta causa o giustificato motivo soggettivo di licenziamento, a condizione che non emerga il carattere calunnioso della denuncia medesima, che richiede la consapevolezza da parte del lavoratore della non veridicità di quanto denunciato e, quindi, la volontà di accusare il datore di lavoro di fatti mai accaduti o dallo stesso non commessi.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 17735/17; depositata il 18 luglio)

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SOLO CON IL SUPERAMENTO DEL PERIODO DI PROVA SI PERFEZIONA IL RAPPORTO DI LAVORO NEL PUBBLICO IMPIEGO

CHIAVI APPESE

Il periodo di prova, nel processo di progressiva formazione del rapporto d’impiego in regime pubblicistico, è elemento costitutivo del perfezionamento della fattispecie, ed ha per obiettivo di consentire all’amministrazione di accertare se il giudizio espresso in sede selettiva sulla preparazione culturale del candidato trovi conferma nella capacità ed attitudine dello stesso in relazione alle mansioni inerenti al posto.

(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 17771/17; depositata il 19 luglio)

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