chiudi

Legislazione

Sentenze

CHAT PRIVATE, SEGRETEZZA DELLE COMUNICAZIONI, DIRITTO DI CRITICA

photo-1483478550801-ceba5fe50e8e

Chat sindacale a tinte forti su Facebook,  nel mirino l’amministratore delegato della società, definito “faccia di m…a” e “c…e” dal componente della ‘Rappresentanza sindacale aziendale’, guardia giurata, che per giunta definisce “schiavisti” i metodi adottati dai vertici dell’impresa.Lo scambio di messaggi online, che ha coinvolto anche un altro sindacalista e una dipendente, è finito per mano anonima sulla scrivania dei rappresentanti dell’azienda. Quel documento non è però sufficiente per giustificare il licenziamento del lavoratore sindacalista.

Decisiva, per i Giudici del ‘Palazzaccio’, «l’esigenza di tutela della segretezza nelle comunicazioni», che si impone anche alle «chat private». (Cassazione, ordinanza n. 21965/2018, Sezione Lavoro, depositata il 10 settembre).

continua
Sentenze

TAR BARI BATTE COMUNE CASARANO SU ASL LECCE OSPEDALE CASARANO

Immagine1

La rimodulazione dei reparti nell’ospedale di Casarano è legittima, perché discende dall’applicazione di criteri imposti con decreto ministeriale. Non ci sono i numeri, insomma, per mantenere il punto nascita e la chirurgia pediatrica al «Ferrari». Dopo aver respinto le richieste cautelari, il Tar di Bari sconfessa anche nel merito le obiezioni del sindaco di Casarano: in materia di programmazione sanitaria la Regione può muoversi con discrezionalità quasi assoluta, ma in questo caso – dicono i giudici amministrativi – altro non ha fatto che applicare il Dm 70, che – nel confronto con gli altri ospedali del Leccese – imponeva di classificare Casarano come ospedale di base.

continua
Sentenze

CORRUZIONE PER I DIPENDENTI OSPEDALIERI CHE SI CONFIDANO CON LE AGENZIE FUNEBRI

Immagine3

I soggetti appartenenti al personale ospedaliero comunque inserito nell’attività di assistenza ai malati sono incaricati di pubblico servizio, ciò, in quanto l’operatore professionale e l’ausiliario socio sanitario espletano un pubblico servizio non caratterizzato esclusivamente dallo svolgimento di semplici mansioni di ordine e dalla prestazione di opere meramente materiali, bensì di controllo e di vigilanza diretta con i pazienti ricoverati. Ne consegue che integra gli estremi del reato di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio la comunicazione, ad opera di tale personale, dell’avvenuto o prossimo decesso dei degenti a titolari di imprese funebri, dietro compenso di somme in denaro, allo scopo di favorire specifiche imprese nell’acquisizione del servizio funebre.

continua
Sentenze

QUALE RESPONSABILITA’ DEI SANITARI IN CASO DI MORTE CAGIONATA DA UN PZT. PSICHIATRICO?

Immagine4

Compete al medico curante l’attestazione di non pericolosità di una paziente psichiatrica sicché non possono essere ritenuti responsabili della condotta della paziente etero aggressiva l’amministratore e gli infermieri di una struttura assistenziale dove trovano ricovero esclusivamente pazienti psichiatrici stabilizzati.

FATTO:

una paziente psichiatrica entra nella stanza di un altro paziente e, schernita dallo stesso, reagisce colpendolo più volte con una scarpa: il personale medico si era accorto delle lesioni solo il mattino seguente e non aveva potuto impedire il decesso avvenuto alcuni giorni dopo. Ritenuti indiretti responsabili l’amministratore della struttura e gli infermieri del turno di notte.

continua
Sentenze

VALUTAZIONE DEI COMPORTAMENTI VESSATORI E DISCRIMINANTI IL LAVORATORE

photo-1525858907241-d230b66fb9fa

«nell’ipotesi in cui il lavoratore chieda il risarcimento del danno patito alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di lavoro di natura asseritamente vessatoria, il giudice del merito, pur nella accertata insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato e quindi della configurabilità di una condotta di mobbing, è tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente, ma sempre in sequenza causale – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e, come tali, siano ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, che possa esserne chiamato a risponderne, nei limiti dei danni a lui imputabili».

continua
Sentenze

INFEZIONE NOSOCOMIALE TRA CONDOTTA LESIVA ED OMICIDIO COLPOSO

Immagine10

L’infezione nosocomiale è una causa sopravvenuta che non esclude il rapporto di causalità tra la condotta colposa lesiva e l’evento morte della vittima

In tema di responsabilità colposa, le cause sopravvenute idonee ad escludere il rapporto di causalità sono sia quelle che innescano un processo causale del tutto differente ed autonomo rispetto a quello originato dalla condotta dell’agente, sia quelle che, pur inserite in un processo causale ricollegato a tale condotta, si connotino per la peculiare anomalia ed eccezionalità, in tal modo ponendosi al di fuori della ragionevole plausibilità.

Sez. QUARTA PENALE, Sentenza n.29139 del 25/06/2018 (ECLI:IT:CASS:2018:29139PEN), udienza del 30/05/2018,Presidente CIAMPI FRANCESCO MARIA  Relatore CENCI DANIELE 

in aggiornamento
continua
Sentenze

NUOVE CONDANNE PER LA MORTE DI MASTROGIOVANNI, CONTENUTO CHIMICAMENTE E FISICAMENTE PER 4 GIORNI

Immagine7

Il processo per la morte del maestro elementare Francesco Mastrogiovanni si conclude con nuove condanne.

Una notizia inaspettata considerato che il Procuratore Generale della Corte di Cassazione con un lungo intervento durato oltre due ore, nella giornata di ieri aveva chiesto l’annullamento della sentenza di condanna senza rinvio per gli infermieri coinvolti nella vicenda, sia per l’accusa di sequestro di persona che per omicidio colposo. Per i medici, invece, la richiesta era stata di conferma per il reato di falso in atto pubblico e di annullamento con rinvio per l’accusa di sequestro di persona. Nelle richieste del procuratore Orsi era stato quindi demolito tutto l’impianto accusatorio relativo alla morte di Mastrogiovanni, deceduto all’ospedale di Vallo della Lucania dopo un ricoverato in regime di trattamento sanitario obbligatorio. A 24 ore dalle richieste del Pg è giunta la decisione del presidente della Corte di Cassazione, Fumo.

Per quanto riguarda i medici è stato rigettato il ricorso e rideterminata la pena di Rocco Barone e Raffaele Basso ad un anno e tre mesi; di Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto a 10 mesi. Rigettato il ricorso di Michele Di Genio per il quale è stata dichiarata irrevocabile la condanna per il delitto previsto dagli articoli 110 c.p. (concorso di reato) e 605 c.p. (sequestro di persona). Per quest’ultimo, invece, i giudici hanno annullato la sentenza relativamente al reato di falsità ideologica (art. 479 c.p.) in concorso, con rinvio per nuovo esame sul punto alla Corte d’Appello. Rigettato il ricorso (senza rinvio) anche di Michele Della Pepa per il quale è confermata la pena.

Annullata senza rinvio ai fini penali la sentenza per gli imputati condannati per il delitto  previsto dall’art. 586 del c.p. (morte come conseguenza di altro reato) e 110 c.p. (concorso), essendo il reato estinto per prescrizione. Annullati anche gli effetti civili con rinvio al giudice civile competente in grado di Appello. Per quanto concerne gli infermieri, invece, sono arrivate nuove condanne: Giuseppe Forino, Alfredo Gaudio, Nicola Oricchio e Massimo Scarano condannati a 8 mesi; Antonio De Vita, Maria D’Agostino Cirillo, Antonio Tardio, Massimo Minghetti, Maria Carmela Cortazzo, Raffaele Russo a 7 mesi di reclusione.

continua
Sentenze

INDOSSARE DIVISA DA LAVORO? ANCHE PRESSO LA PROPRIA ABITAZIONE PRIMA E DOPO IL  TURNO DI SERVIZIO

Immagine4

Venti minuti in tutto, per indossare e togliere gli indumenti da lavoro, non va considerato come “lavoro supplementare”. Respinta una richiesta di ottenere un’ulteriore retribuzione dall’azienda (Cassazione, ordinanza n. 16249/18, sez. Lavoro, depositata oggi).

Vestizione e svestizione.  Una dipendente di un supermercato, spiega di essere stata obbligata come cassiera a impiegare venti minuti al giorno «per indossare e togliere gli indumenti da lavoro», ossia «camice e scarpe antinfortunistiche». Consequenziale è stata la richiesta di vedere retribuiti  il «lavoro supplementare».

Domanda accolta in Tribunale e respinta in Corte d’appello, per la quale  «l’obbligo di indossare camice e scarpe» poteva essere adempiuto «anche presso la propria abitazione, prima dell’inizio del turno di lavoro».

continua