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IL TEMPO DI RELAZIONE È TEMPO DI CURA: GOVERNO LADRO

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Continuano le derive contro tutto quanto condiviso dalla Fnopi e dagli Opi in vista delle celebrazioni del 12 maggio. Una serie di epiteti ormai cristallizzata e ricorrente contro la rappresentanza professionale. Piove? Fnopi ladra. Demansionati: Opi ladri. Mal retribuiti? Fnopi e Opi ladri. E potremmo continuare nell’abuso della libertà di pensiero ed opi-nioni, che diventano lesioni del diritto alla dignità della persona.

È il turno dell’ Art. 4 Codice Deontologico Infermieristico 2019 (https://www.facebook.com/100064404290935/posts/pfbid0L3H1bxxcpNLBBYd1VSk1Kqnoxk9gGg3nR9SkMpRGX1Ty1XG3znTPQUJA6UGw78Tml/)

Nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e
il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il
consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali.
Il tempo di relazione è tempo di cura.”

È cosa buona e giusta evidenziare l’importanza del tempo di cura, e nessuna occasione per parlarne deve essere vanificata.

La relazione di cura implica un’azione, appunto, giusta.

Esattamente come è giusto condividere uno spazio social messo a disposizione per approfondire e non per mancare di rispetto a prescindere.

La relazione implica
ripartizione e proporzione attraverso l’ascolto e il dialogo, e nessuno meglio dei diretti interessati può individuare sia la ripartizione che la proporzione. Basterebbe volerlo.

Per i più distratti, intendersi come proporzione la
reciprocità della relazione. Alla risposta al bisogno, l’apporto infermieristico può-dovrebbe venire riconosciuto con il rispetto e la
gratitudine dell’interlocutore e con la crescita professionale e personale per la qualità del contesto vissuto.

E’/è stato/sarà l’infermiere a farsi garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono e il tempo che PRETENDE/RIVENDICA di dedicare nella relazione di cura conduce non solo lui ma tutta la comunità professionale al rispetto e alla dignità che le sono dovuti.

“E’ fatto obbligo al professionista di riconoscere il tempo a disposizione per instaurare
il miglior percorso di cura e di relazione”.

Se poi il tempo è considerato quello della clessidra e del suo scorrere, lasciate perdere l’art. 4 e dedicatevi ad altro.

Il tempo è quello che individua lo spazio temporale e le opportunità (se non proprio il diritto) di stabilire noi e nessun altro in un dato momento (e non per la clessidra che scorre) il casus belli per andare in direzione dei bisogni dell’assistito. Punto.

Solo così si può parlare di tempo di cura e di relazione senza perdere tempo con la clessidra e quindi rendendoci utili.

Notizia in aggiornamento