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Approfondimenti

COSA VUOL DIRE “COMBATTERE” PER UN MALATO ALLA GALOPPATA FINALE?

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Affrontare il tema della morte non è certo semplice. Si tratta senza dubbio di un tema filosofico, forse del più importante, della paura originaria, ovvero della paura pura, astratta da cui derivano tutte le altre paure. In una scena del film “Alexander” si racconta dell’incontro tra Alessandro e quello che poi diverrà il suo cavallo “Bucefalo”, che rappresenta poi metaforicamente le sue passioni “indomabili”, le forze oscure che se correttamente domate ci portano sin dall’altro lato del pianeta. Alessandro dice al cavallo: “Non ti piace la tua ombra vero? E’ come uno spirito oscuro che viene a prenderti. Vedi siamo noi due”. Poi indicando l’ombra del cavallo aggiunge: “è solo un trucco di Apollo il dio del sole, ma ora ti insegno come imbrogliarlo. Io e te insieme”. Il cavallo non solo viene calmato da Alessandro, ma la paura della morte viene sconfitta in misura tale che anni dopo, nell’ultima battaglia di Alessandro, i due si scagliano convintamente contro gli elefanti, sapendo esattamente di dover andare a morire, senza che però questo rappresenti un impedimento, al contrario l’ombra della morte in questa seconda occasione, piuttosto che smarrire il cavallo lo carica nella sua ultima corsa.

La prima domanda da porci è dunque di cosa abbiamo paura quando concettualizziamo la morte? Sicuramente del pericolo e certamente gioca in favore nella nostra paura l’istinto di sopravvivenza, per cui ha un senso biologico temere la morte e ricercare nei nostri gesti la vita. Quello che però ci impedisce i movimenti più puliti, ostacola spesso le nostre scelte più radicali, ci fa accanire di fronte ad una vita che vistosamente volge al suo declino, non è la paura per un pericolo concreto, ma paura per l’ignoto. La morte come fine di ciò che siamo non può infatti essere concettualizzata, c’è quando noi non ci siamo più, diceva Epicuro per rassicuraci sull’illusorietà della paura da noi provata. Ciò con cui ci confrontiamo piuttosto è il riflesso della vita, noi stessi in controluce. La morte che ci fa paura non è quella esterna a noi, nell’evento che la determina, ma interna a noi. Il cavallo non sta affrontando una battaglia; è ancora giovane e nel pieno delle forze e tuttavia è smarrito, frastornato, dalla sua stessa ombra, dal riflesso del sole e quindi dalla sua stessa vita o esistenza.
Quello che ci spaventa in altri termini non è la morte, ma la vita stessa, vita che è in sé possibilità pura, possibile-che-si, ma anche possibile-che-no, come aveva ben visto Kierkegaard. La vita è infatti nel divenire, le cose eterne sono assolute, immutabili, infinite, ma sono anche morte. Ciò che non cambia non vive e il cambiamento nient’altro è che un passaggio dall’essere al non-essere, si diviene nel senso che si diventa ciò che prima non si era e si smette di essere ciò che si era stato un attimo prima. La vita in quanto possibilità è anche scelta e ogni volta che si sceglie si rinuncia ad un lembo delle due possibilità. Mentre però si sa dove ci hanno portato le scelte che abbiamo compiuto, non si sa mai dove ci avrebbero portato le infinite scelte che non abbiamo fatto. Le cose non scelte aprono ad un infinità indeterminata e indeterminabile. Restano confinate in un inter-regno che è solo in quanto non è stato scelto, non realizzato (nel senso letterale di reso reale). Si tratta dell’insieme infinito delle cose che non siamo stati e che avremmo potuto essere, delle cose che non sono accadute, ma avrebbero potuto accadere, delle nostre ombre per l’appunto, contorni sfumati e oscuri. E’ di fronte all’infinitamente altro da noi che indietreggiamo smarriti; è nel paradosso del relazionarci a ciò che è privo di relazioni con noi, ma che pure è stato da noi prodotto, che proviamo angoscia. Questo è il primo sentimento che l’Io prova posto di fronte all’assolutamente altro-da-sé, al Non-io. Formidabile è in questo caso la scena del film laStoria infinita, quando l’eroe Atreju deve superare la terribile porta dell’Oracolo del Sud, quella dello Specchio Magico: si troverà faccia a faccia col suo vero Io, il suo sé-stesso “invertito”:

– Dovrà affrontare la porta dello Specchio Magico. Si troverà faccia a faccia con il proprio io.
– E con questo? Cosa vuoi che sia per lui?
– Tutti sono convinti che sia facile. Ma sovente i buoni scoprono di essere crudeli, eroi famosi scoprono di essere codardi. Posti difronte il loro vero io, pressoché tutti gli uomini fuggono urlando.

Questo è dunque l’inganno di Apollo, il Non-Io, come aveva già osservato per primo Fichte, è posto dall’Io stesso, è la sua stessa ombra, il suo prodotto riflesso. Qual è il modo giusto di vivere la morte? Alessandro parla di “imbrogliare” il dio, di rivolgere l’attenzione non alle ombre, ma al sole che le ha prodotte, intende cioè indicare la connessione strutturale tra vita e morte, tra Io e la sua stessa ombra. Compito dell’Io stesso è allora disvelare la sua cooappartenenza al Non-Io. L’inganno si risolve vivendo la morte. La paura di cui dobbiamo liberarci è infatti quella che ci disorienta, che ci impedisce di agire, di compiere scelte, non quella che ci mette in moto contro la battaglia. La paura non va sconfitta, silenziata, ma direzionata, resa fertile. Il cavallo che si scaglia contro il nemico non è un cavallo che non ha paura di morire, solo i folli si getterebbero in battaglia sapendo di non avere alcuna speranza e senza la paura della morte ci saremmo estinti milioni di anni fa. Il cavallo ha scelto la direzione da percorrere, non teme le difficoltà, non teme l’eventualità del non-essere e spera, piuttosto che arrendersi alle paure. Non è un cavallo che di fronte alle mille possibilità dell’esistente tentenna perché vorrebbe tenerle con sé tutte, ma un cavallo che nella misura in cui sceglie di essere qualcosa, sceglie ad un tempo di non-essere tutte le altre. Nella scelta del non-essere il cavallo sceglie la morte, perché ha scelto se stesso, ovvero la sceglie come unica condizione per vivere in modo autentico.

Mi pareva questa premessa filosofica doverosa, necessaria ad introdurre il tema che sta più a cuore a chi come me fa della cura la sua professione. Badate bene che il compito di un infermiere non è infatti curare il malato, ma prendersene cura. Ci si prende cura delle persone a prescindere dal fatto che siano malate e quando il medico sembra aver esaurito tutte le sue carte, quando a lui non restano più colpi in canna da sparare, lì comincia il mio compito, lì ho a che fare con la persona e lì devo anche guardare insieme a lui le sue ombre, il suo senso di smarrimento, essere la sua guida e condurlo verso la sua ultima battaglia.
Purtroppo un po’ l’approccio esternalista tipico dell’occidente, l’altro po’ la standardizzazione dei processi di cura, nonché il tram tram quotidiano, allontanano molto il senso della morte dal reparto. Si sdrammatizza, si tipicizza il paziente tipicamente “ansioso”, il rompiscatole che ti chiama ogni minuto, anche quando magari “non ha niente”. Non ha niente ovviamente di tangibile, presente, ma in lui si agitano già gli spettri, l’ombra del sole, l’inganno di Apollo. Succede così che per un magico paradosso, il luogo dove più si ha a che fare con la paura della morte è anche quello dove meno se ne parla.
Badate bene che non serve uno psicologo per parlare della morte, chi ha paura di morire non esprime nessun sintomo, ma la normalità delle cose. Forse prima di curare la malattia dovremmo conversare filosoficamente con il malato, del senso che lui da alla morte. Dovremmo incoraggiarlo a “dire” la morte, parlardone in modo franco.

Senza la morte non ci sarebbe la vita, senza un fisico in declino non ci sarebbe il divenire, senza la paura ci sarebbe solo la noia. Chi vive la vita con passione deve abbandonarsi completamente all’esperienza della morte, esattamente come il cavallo che non la evita ma percorre la strada che porta ad essa.
Finché ci sono margini di guarigione si fa infatti presto a dire al malato frasi come “reagisci, non ti abbattere”. Di fronte al malato terminale, colui che sta attraversando la sua ultima esperienza, quali sono le frasi giuste da pronunciare? Cosa vuol dire per lui continuare a combattere? Cos’è quest’ultima galoppata che è chiamato a fare, quando il suo corpo è ormai palesemente devastato dalla malattia, la sua mente fiaccata dalla lunga ospedalizzazione e le sue speranze annebbiate? Cosa dire alla famiglia, che prospettiva fornirgli? Cosa vuol dire curare il malato terminale?

Dal mio punto di vista la cura è cura della persona, cura del suo connubio indissolubile tra mente e corpo. Probabilmente ad un malato terminale occorre solo ricordare che quella non è affatto la prima volta che muore, che è morto milioni di altre volte, tutte le volte che ha scelto di essere qualcosa, che ha sperimentato la paura della prima volta milioni di altre volte e l’ha vinta tutte le volte che ha smesso di tentennare e s’è avviato per la direzione da percorrere e che così deve fare anche adesso. L’esistenza avviene nella morte, essa è la nostra ombra, c’è perché ci siamo noi, la sua presenza testimonia la vita. Bisogna condurlo verso l’ultima battaglia, come si conduce un amante verso l’oggetto del suo amore, bisogna che consumi quegli istanti come si consuma l’ultima cena, l’ultimo incontro, l’ultima scena del proprio film, il più prezioso.

Di cosa ha veramente bisogno un malato terminale? Innanzitutto della libertà, libertà dal dolore. La medicina ci permette ampiamente di correggere la stortura di un dolore che non è più funzionale. Quando non abbiamo più bisogno di vederci segnalato un pericolo, l’interruttore si può tranquillamente spegnere. Tolto quello, cosa è più importante per lui?
I monitor? I continui prelievi di sangue, le notti irrequiete? Contano di più la sua famiglia? E quale famiglia, una famiglia impaurita? Tremante? Silenziosa?
Forse una persona che sta andando via ha solo bisogno di fare quello che facciamo tutti prima di un lungo viaggio. Ha bisogno di mettere tutte le sue cose in una valigia. Siccome quest’ultima è sempre più piccola delle cose che uno ha, ha allora anche bisogno di essere aiutato a separare quelle importanti, da quelle meno importanti e conservare solo le prime. Deve poi piegarle tutte ben, benino e nel farlo soffermarsi a guardarle come a voler scandagliare ogni momento o ricordo a cui le lega. Ha bisogno di salutare i suoi cari, accomiatarsi da loro, certo che qualunque torto gli abbia fatto e qualunque abbia subito adesso è del tutto irrilevante.

La morte allora diventa un percorso, un cammino verso la luna come lo ebbe a  fotografare nel suo capolavoro  Bulkakov ne “Il Maestro e Margherita”. Nel Romanzo il Maestro è l’autore di un’altro racconto che narra la vita di Gesù e del suo incontro con Pilato. Quest’ultimo è un uomo che si mostra pentito della sua scelta e che manda il primo a morire più per incapacità di saper rimediare all’errore che per volontà di volerlo morto. Pilato, il procuratore, è rappresentato come un anima in pena che da 2000 anni non riesce a trovare pace per l’errore compiuto. Resta in bilico sentendo su di sé l’impellenza di un riscatto da quella condizione. Il diavolo che aveva stravolto, con il suo arrivo, la vita della Russia comunista, rivolgendosi al Maestro gli indica il procuratore in una scena immaginifica, che è proprio il caso di riportare:

“Ebbene, ora può concludere con una sola frase il suo romanzo”.
Il Maestro sembrava aspettarselo, mentre guardava immobile il procuratore seduto. Unì le mani a imbuto attorno alla bocca e lanciò un grido che riecheggiò di roccia in roccia su quei monti deserti e nudi:
“Sei libero! Sei libero! Egli t’aspetta!”
Le montagne trasformarono la voce del Maestro in tuono, e quel tuono le distrusse. Caddero quelle maledette pareti di roccia. Rimase solo lo spiazzo con il seggio di pietra. Sopra il nero abisso, dove erano cadute le pareti, s’accese una immensa città, dominata da idoli scintillanti, in un giardino lussureggiante cresciuto sontuosamente in molte migliaia di lune”

Pilato viene dunque liberato dalle parole del Maestro, parole che disvelano gli ostacoli che non permettevano di vedere oltre la china, il giardino. La morte libera il corpo dall’attesa con la quale esso stesso s’è preparato all’evento. Trovata la chiave di volta, il percorso verso la morte non è più un indugiare impaziente in pena per i propri errori, ma una camminata astrale, che ci porta delicatamente verso la luna, un percorso di liberazione e ascesi spirituale.

Nell’ultima scena del libro si vede infine Pilato, quasi tremante dall’emozione, rivolgersi al Giovane Nazareno:

Ma tu, ti prego, dimmi, – il suo volto, qui, da altero si fa implorante, – non c’è stato, il supplizio! Ti scongiuro, dimmi che non c’è stato.
– Ma certo che non c’è stato, – risponde con voce roca il compagno, – ti è apparso soltanto.
– E lo puoi giurare? – prega insinuante l’uomo col mantello. Lo giuro! – risponde il compagno, e i suoi occhi, chi sa perché, sorridono. – Non ho piú bisogno di nulla! – grida con voce esausta l’uomo col mantello e sale sempre piú in alto verso la luna, traendo con sé il compagno.  […]

– È dunque finita così?
– È finita così, discepolo mio.

L’incontro con il Nazareno risorto rappresenta l’incontro dell’uomo con la sua stessa umanità. Nel commiato finale Pilato addirittura sorride soddisfatto di quel percorso: “Non ho più bisogno di nulla”, conclude. Il supplizio si è magicamente dissolto e si è rivelato sul finale il momento più importante di un’intera esistenza. L’immagine della morte, da straziante e struggente che era, si fa d’un colpo tenera, intima e fraterna: : “Non c’è stato supplizio? […]. Ma certo che non c’è stato, ti è apparso soltanto

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