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COME VOLEVASI DIMOSTRARE… UN MASSACRO CONTINUO…

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Palermo, 16 mag. (AdnKronos) – “L’ennesima aggressione ai danni di un infermiere dell’Arnas Civico di Palermo conferma che sono venute meno le condizioni minime di sicurezza per gli operatori della sanità in città”. Così il segretario generale della Cisl Fp Palermo Trapani Lorenzo Geraci commenta l’aggressione subita ieri sera da un infermiere di 45 anni del reparto di Oncologia da parte di un parente di un paziente. “Si assiste a un’escalation di violenza nei confronti del personale che lavora nelle strutture ospedaliere cittadine – aggiunge – Da tempo chiediamo che si prendano provvedimenti concreti a tutela di questi lavoratori che operano in condizioni di reale rischio per l’incolumità personale”. Per la Cisl Fp “è fondamentale che l’assessore regionale alla Salute Ruggero Razza attui le misure da lui annunciate per garantire la sicurezza negli ospedali e nei presidi sanitari locali”.

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DIRETTIVE ANTICIPATE DI TRATTAMENTO: UN PADRE INTERPRETE DELLE VOLONTA’ DELLA FIGLIA

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La legge sul biotestamento e il consenso informato comincia a funzionare.

Uno dei primi casi di nuova applicazione è avvenuto a Modena, come racconta oggi sulla Gazzetta di Modena Carlo Gregori.

Protagonisti un padre e una figlia, da mesi in coma, alimentata artificialmente, incapace di comunicare.

Da oggi in poi sarà il genitore, ottantenne, a decidere quali cure, quali terapie accettare o rifiutare per la  donna.

Lo ha stabilito il magistrato nominandolo amministratore di sostegno,  tutore legale in pieno accordo con gli altri familiari.

Potrà ritirare la pensione, assolvere alle pratiche burocratiche ma anche, ed è qui la novità rispetto al passato, decidere in materia sanitaria.

Sempre che, ha sottolineato il giudice, si impegni a fare l’interesse della figlia e si impegni a ricostruire volontà e desideri in materia patrimoniale e soprattutto sanitaria.

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PER IL CORSERA INFERMIERE, IN AULA DI TRIBUNALE O.S.S., IN AO DIPENDENTE. DOVE’ L’ERRORE?

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Potenzoni, in aula l’infermiere e che perse Daniele: «Io, povero ignorante»

Il giovane disabile sparì tre anni fa, mentre era in gita a Roma per l’udienza del Papa. L’accompagnatore sotto processo: «Ero sulla porta del metrò, una donna con la carrozzina lo bloccò e lui restò dentro…»

Quasi tre anni dopo, l’assurdo caso di Daniele Potenzoni, il giovane autistico «smarrito» nel metrò alla stazione Termini e mai più ritrovato, accende lo scontro a Piazzale Clodio. L’udienza di ieri era la più attesa. Nell’aula della VI sezione si è seduto davanti al giudice Massimiliano Sfondrini, l’infermiere dell’ospedale di Melegnano (Milano) accusato di abbandono di incapace: la mattina del 10 giugno 2015 fu lui ad accompagnare il gruppo di sei disabili in Vaticano, per assistere all’udienza di papa Francesco, e a vedere per l’ultima volta il ragazzone con lo sguardo triste e il naso schiacciato.

Cosa accadde di preciso? Come fu possibile perderlo? Le domande all’imputato, che non ha mai ritenuto di dover incontrare i familiari, hanno portato in evidenza una circostanza importante. «Il vagone era pienissimo. Dopo che erano entrati tre pazienti, pensai che i due ancora sulla banchina, uno dei quali con le stampelle, non ce l’avrebbero fatta». Da qui l’ordine di Sfondrini: «Svelti, uscite, aspettiamo il prossimo treno! Ero davanti alla porta, avevo un piede dentro e uno fuori. Due dei tre uscirono, ma Daniele rimase all’interno, bloccato da una madre con la carrozzina, che stava entrando proprio in quel momento». Chi è questa donna? E’ stata mai cercata? La versione fornita, già nota ma mai approfondita, ha lasciato perplesso Giovanni Baffa, avvocato dell’associazione Penelope, fin dall’inizio schierata al fianco dei Potenzoni, che ha iniziato a incalzare l’operatore socio-sanitario sotto accusa. Fino a che l’uomo, teso e confuso, è scoppiato a piangere.

Dopo una pausa, l’udienza è proseguita, con l’esame di un altro fatto decisivo: perché la denuncia di scomparsa fu presentata soltanto nel tardo pomeriggio, dieci ore dopo? «Parlai subito di quanto accaduto con l’agente della Polfer e pensai che questo bastava a far partire le ricerche», è stata la spiegazione di Sfondrini, che più volte ha esclamato: «Ma come potevo saperlo? Io sono un povero ignorante!»

Venuto appositamente all’udienza da Milano, Francesco Potenzoni, il papà che non ha mai smesso di cercarlo, era lì che scuoteva la testa. «È tutto assurdo. Quell’uomo ha perduto mio figlio, non è venuto a trovarci neanche una volta per scusarsi e ora continua a fare lo stesso lavoro.

Non è stato neanche sospeso dall’ospedale.

Che giustizia è mai questa?» (fperonaci@rcs.it)

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STUPRO IN GUARDIA MEDICA: “CONDANNATE ANCHE I VERTICI DI ASP CATANIA”

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«L’uomo che mi ha stuprata è stato condannato, ma non basta. Non penso sia stata ancora fatta completamente giustizia. Ora debbono pagare anche coloro che non mi hanno garantito sicurezza lasciandomi in balia di quell’uomo, cioè i vertici dell’Azienda sanitaria provinciale (Asp)». A dieci giorni dalla sentenza che ha condannato a otto anni l’uomo che nel settembre scorso la sequestrò e la violentò all’interno della guardia medica dove prestata servizio, a Trecastagni (Catania), Serafina Strano, 52 anni, sposata e madre di due figlie, ha già intrapreso una nuova battaglia. «Sulle responsabilità dei vertici dell’Asp ci sono già esposti e denunce. So che la Procura di Catania sta indagando. Spero che presto vengano accertare anche le loro responsabilità».

A viso aperto

Dopo la notte da incubo vissuta sul posto di lavoro Serafina Strano ha ritrovato una determinazione che anche lei non immaginava. Va avanti a denunciare e lo fa sempre a viso aperto, mostrandosi spesso anche in televisione. «Non ho mai avuto alcuna remora a mostrarmi pubblicamente – spiega — per la semplice ragione che quella notte io ho visto la morte in faccia. E allora mi son detta che non poteva finire tutto richiudendomi nel privato, con la mia rabbia e le mie ferite. Ho superato la naturale vergogna che si prova in queste circostanze e mi sono detta: “Se mi lascio condizionare dai pregiudizi continuerò ad essere violentata”. Anche se le assicuro: non è facile stare sotto i riflettori. L’ho pagata e continuo a pagarla. Per questo mi ha ferito non avere avuto acconto al processo i miei colleghi».
Ecco, lei ha lamentato di essere stata lasciata sola…
«Si, è così. Tranne pochissimi colleghi per il resto sono spariti tutti. Nonostante le belle parole l’Ordine dei medici di Catania non si è costituito parte civile al processo, mentre molti che fanno le guardie mediche si sono dileguati per paura di perdere il lavoro».

Ma perché accusa i vertici dell’Asp? 

«Per la semplice ragione che hanno dotato le nostre guardie mediche di misure di sicurezza ridicole. Nel 2016 ci fu un altro caso analogo al mio ai danni di un’altra collega. Dopo quell’episodio e le nostre diffide l’Asp ci mise a disposizione un braccialetto che consente di far partire una telefono al 112».

Quindi c’era un sistema di allarme?

«Ma sta scherzando? Dove si è mai visto un dispositivo di allarme che si può disattivare dall’interno. E infatti il mio aggressore la prima cosa che fece, appena entrato nella guardia medica, fu staccare il telefono. E quindi non c’era più alcuna possibilità di allertare il 112. All’ingresso erano state installate anche delle telecamere, ma a circuito chiuso e quindi non collegate con le forze dell’ordine. Infine c’era pure la porta blindata. Quindi una trappola perfetta. Totalmente isolata dal mondo»

Neanche la blindatura era una protezione?

«Tutt’altro. Non a caso io la lasciavo sempre aperta quando arrivava qualcuno. Se quella notte l’avessi chiusa lui avrebbe potuto fare di me quello che voleva. E invece dopo un’ora e mezza sono riuscita a scappare in un suo momento di distrazione». Quindi lei aveva la percezione di non lavorare in un posto sicuro?
«Si, anche non avevo capito quanto fosse insicuro. E soprattutto non potevo mai immaginare che qualcuno potesse pianificare una violenza conoscendo bene le scarse misure di sicurezza. Dalle immagini registrate dalle telecamere si vede lui che fa irruzione e poi mi trascina dentro dopo un mio primo tentativo di scappare. Lui è sempre stato attento a non stare in favore delle telecamere. E questo dimostra che aveva pianificato tutto. Abitava vicino, era venuto altre volte, conosceva ogni mio movimento e, soprattutto, sapeva che non correva rischi».

Lei non lavora più nella guardia medica?

«Da un mese, rientrata dalla malattia, ho un altro incarico. Ma la mia battaglia continua».

Cosa si può fare per aumentare i livelli di sicurezza? 

«Sia chiaro, così come sono queste guardie mediche andrebbero chiuse. Una donna è sola, in balia di chiunque, spesso in luoghi isolati o di campagna. Ma se proprio le si vuole tenere aperte bisogna renderle veramente sicure. E non certo grazie alle guardie del corpo private, che spesso sono mariti o fratelli».

La sua famiglia come ha vissuto la sua vicenda?

«È stata letteralmente devastata. L’unica cosa che può lenire il dolore di mio marito e delle mie figlie è il fatto che sono ancora viva. Non so neppure dove abbiamo trovato tanta forza. Le dico solo che i miei hanno saputo che ero stato stuprata da Facebook, ancor prima che leggessero i giornali. Con tutto il corollario di commenti tipo: “Ma forse la dottoressa aveva la scollatura”. Una ferita che difficilmente riusciremo a sanare».

Per questo lei chiede ancora giustizia? 

«Si, e non mi bastano più le parole. Voglio altro. Voglio che cambi realmente qualcosa, anche a costo di vedermi massacrata da chi ora mi consiglia di abbassare i toni. Di chi dice che sto esagerando, che parlo troppo, che sono esibizionista».

https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_09/stuprata-lasciata-sola-colleghi-ora-paghino-anche-vertici-sanitari-80bdcc96-53a8-11e8-aaec-4e7a7b6da69d.shtml

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CHIUDERE BENE LA CELLA E BUTTARE LA CHIAVE

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Sfilata di teste nel processo a carico di un infermiere che, nel 2012, avrebbe intenzionalmente applicato del sale su delle ferite di un paziente malato terminale, all’epoca dei fatti 78enne e originario di Cavarzere, deceduto qualche anno fa a causa della grave malattia.

L’imputato prestava servizio all’ospedale civile di Adria e, secondo l’accusa, avrebbe  volontariamente usato del sale per infliggere dolore al paziente. Sale che sarebbe stato versato su alcune piaghe da decubito che l’anziano aveva nella zona perianale.

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INFERMIERE ALDO AMATRUDA, VENT’ANNI DOPO

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Il Sindaco di Roccapiemonte Carmine Pagano e i componenti dell’Amministrazione Comunale, a venti anni dal tragico evento franoso che il 5 maggio 1998 devastò i territori di Sarno, Siano, Bracigliano e Quindici, intendono ricordare tutte le sfortunate vittime di quel disastro e la figura di Aldo Amatruda, figlio di Roccapiemonte, infermiere all’ospedale Villa Malta di Sarno, struttura che fu completamente inghiottita dal fango assassino.

Ad Amatruda è stata conferita dalla Presidenza della Repubblica Italiana la Medaglia d’Oro al valor civile e Medaglia d’Oro al merito della Sanità Pubblica. Amatruda, in occasione della catastrofica frana, nonostante fosse terminato il proprio turno di lavoro, era rimasto in servizio per soccorrere i feriti e nel tentativo di trasferire, insieme ad altri colleghi, i ricoverati in luoghi più sicuri, fu sommerso dalla valanga di fango.

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INFERMIERE MUORE NEL SONNO A 31 ANNI: RACCOLTA FIRME DEI COLLEGHI

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Si chiamava Antonio Mollura e aveva 31 anni. «Sembra godesse di ottima salute però è morto nel sonno come il difensore della Fiorentina Davide Astori. Per lui non ci saranno il lutto cittadino nè i funerali solenni. Tuttavia per me è da onorare come un caduto sul lavoro». A scriverlo è Federica Comar, rappresentante di Fratelli d’Italia e infermiera presso l’azienda sanitaria (Asuits) come appunto il giovane infermiere deceduto.

Oltre ad associarsi al cordoglio dei moltissimi colleghi sui social, Comar spiega che «noi del rsa San Giusto ci siamo messi il contapassi e abbiamo scoperto con grande sorpresa che maciniamo tutti più di 4 km al giorno. E questo solo nell’ambito lavorativo. Infermieri, medici e oss, nessuno di noi scende sotto questa media – continua Comar -.

E siamo in una Struttura chiusa. Penso ai colleghi che offrono assistenza sul territorio, con lo zaino in spalla per sette ore e dodici a fare su e giù le scale di palazzi che spesso nn hanno nemmeno l’ascensore. A volte senza auto di servizio, in giro per Trieste a piedi o in bus. La Medicina del Lavoro controlla ogni due anni i nostri valori ematochimici di base e un poco anche l’assetto osteoarticolare. Solo che ad oggi noi sosteniamo un allenamento quotidiano che nemmeno il centravanti della Triestina o dell’Alma – aggiunge Federica Comar -. E la nostra età media è stata calcolata recentemente sui 53 anni».

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NON EVITATA UNA NUTRIZIONE PER VIA ORALE: SOFFOCATA DURANTE IL PASTO. OMICIDIO COLPOSO

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“Le conclusioni della perizia medico legale sul decesso di Francesca Minardi ravvisano estremi di colpa nella condotta della sanitaria che l’aveva in cura”, questo dichiara in una nota Studio 3A, che si sta occupando della morte della donna, secondo l’autopsia deceduta per soffocamento a causa di un pezzo di spezzatino che le avrebbe ostruito le vie aeree dopo un’operazione. “Secondo il medico legale sarebbe stato preferibile evitare una nutrizione per via orale per una paziente così ‘sensibile’ – continua Studio 3A – e con ancora i postumi di una recentissima operazione. In ogni caso, l’infermiera che ne aveva la responsabilità non avrebbe dovuto affidare la somministrazione di quel pasto a personale volontario”. Queste le conclusioni cui è giunto il medico legale, Antonello Cirnelli, nominato dalla Procura di Venezia per chiarire le cause del decesso della settantunenne residente a San Donà e per accertare eventuali profili di responsabilità in capo ai sanitari che l’avevano in cura.

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INFERMIERE IN SCIOPERO PER INDENNITA’ E ARRETRATI: IL GOVERNO LE LICENZIA

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Infermiere in sciopero, il governo le licenzia

Personale sanitario in piazza per indennità e arretrati. Chiwenga: “Mosse da interessi politici”

Alla vigilia del trentottesimo anniversario dell’indipendenza dello Zimbabwe, il governo ha deciso di licenziare in tronco tutte le infermiere del servizio sanitario nazionale che stanno scioperando per chiedere il pagamento delle indennità e la reintroduzione scala salariale. 

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