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NON SI PUO’ SENTIRE: INDAGATO IL PRIMARIO PER NON AVER VIGILATO SULL’INFERMIERA DI LIVORNO!

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L’autonomia della professione infermieristica passa anche per adeguate pronunce della Magistratura. Si potrebbe ammettere la culpa in vigilando ma non l’omicidio colposo. Delle prestazioni di un infermiere risponde l’infermiere. Non stavano lavorando in equipe. (ndr)

La procura di Livorno ha chiuso le indagini sulla vicenda delle morti anomale avvenute tra il 2014 e il 2015 nell’ospedale di Piombino, in cui la principale indagata per omicidio volontario aggravato è l’infermiera Fausta Bonino.

Il pm Massimo Mannucci attribuisce alla donna la responsabilità di 10 morti: all’inizio della vicenda le presunte vittime erano 14, ma quattro casi sono stati archiviati in seguito agli accertamenti.

Secondo l’accusa l’infermiera avrebbe pianificato la morte di pazienti in precarie condizioni di salute nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale, causando emorragie con un farmaco anticoagulante, molto probabilmente eparina.

Secondo le perizie effettuate, in dieci morti esaminate emerge un nesso tra l’iniezione di eparina, il decesso e la presenza della Bonino in reparto.

E all’atto di chiusura indagini compare un altro indagato. Si tratta del dottor Michele Canalis, 52 anni, primario del reparto dove sono avvenute le morti a partire dal 30 dicembre 2014:è accusato di omicidio colposo riguardo agli ultimi tre decessi perché non avrebbe vigilato correttamente sul personale sanitario.

http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2018/06/16/dieci-morti-sospette-in-ospedale-infermiera-killer-a-processo-per-68-740462.html

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GENOVA, LICENZIATO UN LAVORATORE NON VEDENTE

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La Fiom: “Atto gravissimo, motivazioni strumentali”

Azienda licenzia un lavoratore non vedente, sciopero a Genova

mercoledì 30 maggio 2018

GENOVA –  La Fiom Cgil annuncia uno sciopero presso l’azienda Sirti di Genova per protestare perchè la società “ha licenziato un lavoratore non vedente, le motivazioni sono strumentali e costruite artificiosamente”.

Si tratta di Rolando Barsotti.

 

Secondo il sindacato “il lavoratore, a differenza dei suoi colleghi, non ha mai avuto una postazione lavorativa adeguata alle sue necessità nella sede di Sirti a Genova cioè in località Struppa; viceversa solo quest’anno l’azienda ha iniziato in modo molto approssimativo a predisporre una postazione in una sede lavorativa ad oltre 30 chilometri dai suoi colleghi in un sito più somigliante ad un magazzino che ad una sede di lavoro per un non vedente”.

Fiom spiega in una nota che “il lavoratore paga le sue posizioni. Il licenziamento è un atto gravissimo: chiediamo alle strutture nazionali di intervenire sull’azienda”. L’azienda si occupa di progettazione, realizzazione e manutenzione di infrastrutture di rete, ‘system integration’ e ‘smart solutions’.

Sul caso è intervenuta anche l’Unione Sindacale di Base Lavoro Privato che in una nota ha spiegato che “i lavoratori Sirti di Genova Struppa hanno incrociato le braccia contro il vergognoso licenziamento, illegittimo e ingiustificato, di Rolando Barsotti, storico delegato Rsu, da qualche anno non vedente a causa di una patologia che gli ha progressivamente tolto la vista”.

“Dopo essere stato sottoposto a ogni angheria possibile, da ultimo il trasferimento in una sede a 30 chilometri di distanza, ieri Rolando ha ricevuto la lettera di licenziamento con effetto immediato. Un fatto di una gravità inaudita in un’impresa che occupa circa 4000 lavoratori.

È stato colpito Rolando ma in realtà sono colpiti tutti. Il management Sirti ha imboccato la strada senza uscita dell’arroganza dispotica e si appresta a calare la scure di nuovi licenziamenti di massa. Davanti alla strategia dei dirigenti Sirti “colpirne uno per educarne 100”, noi diciamo “chi tocca uno tocca tutti” conclude il sindacato.

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L’INFERMIERA TENEVA LA NEONATA, L’OSS LA FORBICE: AMPUTATA PER ERRORE. RINVIATE A PROCESSO

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Il caso della neonata di tre giorni, cui fu tagliato un ditino con un paio di forbici durante la sfasciatura di una medicazione all’ospedale di Alessandria, sarà evocato nel processo di cui è stato fissato l’inizio il 17 settembre.

Sono imputate di lesioni la oss Ann a Maria Felisati, difesa da Vittorio Gatti, (che aveva in mano la forbice) e l’infermiera Loretta Scotti, difesa da Piero Monti (che teneva in braccio la piccola).

I genitori di Sant’Agata Fossili, parte civile con Giuseppe Lanzavecchia, presentarono un esposto. Il perito Yao Chen, incaricato dal pm Gasparini , ravvisò «imperizia e negligenza nella condotta delle indagate».  

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Uccide la sua terapista con 10 coltellate, assolto: è incapace di intendere e volere

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Uccide la sua terapista con 10 coltellate, assolto: è incapace di intendere e volere

L’omicidio avvenne in una struttura protetta di Iseo, nel Bresciano, nella quale il 54enne era in cura per i suoi problemi psichici

Ha ucciso la sua terapista con 10 coltellate ma è stato assolto. Secondo il gup del tribunale di Brescia, Alessandra Di Fazio, Abderrhaim El Mouckhtari, marocchino di 54 anni, al momento dell’omicidio di Nadia Pulvirenti, 25 anni, era incapace di intendere e di volere.

Il delitto

Il delitto si è consumato lo scorso febbraio nella struttura protetta ‘Clarabella’, vicino a Iseo (Brescia), dove la ragazza lavorava da due anni come terapista delle riabilitazione psichiatrica. El Mouckhtari viveva da anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno. Soffriva da tempo di turbe psichiatriche ma non sembrava dimostrare particolare aggressività e violenza e anzi pareva che stesse proseguendo senza eccessivi problemi nel suo percorso di recupero. Da almeno cinque anni viveva con un altro paziente in un appartamento di cosiddetta “residenzialità leggera”, una modalità di cura che prevede la vita in comunità, così come è la struttura Clarabella: una cooperativa sociale di inserimento lavorativo, immersa nel verde tra il Lago d’Iseo e la Franciacorta, nata nel 2002 e che accoglie persone con disabilità psichica e fisica che lavorano nell’agricoltura biologica.

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UBRIACA ALLA GUIDA DI UN’AUTO INVESTE UNA ANZIANA: ARRESTATA, INCARCERATA, LIBERATA, SOTTO PROCEDIMENTO PENALE E DISCIPLINARE

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Campobasso. Tra le corsie dell’ospedale Cardarelli non è stata una giornata qualsiasi. La notizia dell’arresto di A.R., infermiera di 43 anni che dopo aver travolto un’anziana con la sua auto e averla trascinata per circa 100 metri è scappata, ha sconvolto coloro che lavorano con lei fianco a fianco da anni: i colleghi infermieri, i medici e il resto del personale sanitario. «E’ una brava persona, una professionista integerrima e preparata», confessano a denti stretti attoniti e sgomenti dopo aver letto le cronache dei giornali e aver ascoltato i vari servizi sulle tv locali.

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DOCCIA CON ACQUA BOLLENTE: INFERMIERA ASSOLTA, OSS CONDANNATA PER OMICIDIO COLPOSO

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L’operatrice socio-sanitataria era l’unica imputata per omicidio colposo. Le figlie della vittima: “Incredule e rammaricate. Come è possibile che sia stata solo una fatalità?”

REGGIO EMILIA – Continua a far discutere la morte di Amelia Bonacini, la donna di 88 anni ricoverata nella casa protetta ‘I girasoli’ di via Zambonini, deceduta il 22 novembre 2014 nel centro all’ospedale Maggiore di Parma.
Undici giorni prima, l’anziana da tempo affetta da Alzheimer, era stata sottoposta a una doccia dal personale della casa protetta. Qualcosa, però, non aveva funzionato: un getto di acqua bollente le aveva causato gravi ustioni.

Lo scorso 17 maggio il Tribunale di Reggio ha assolto l’unica persona imputata per omicidio colposo, ossia l’operatrice socio-sanitaria che le fece la doccia. Una sentenza accolta consconcerto dalle due figlie della donna, Danila e Ilia Montermini: ‘”Siamo incredule e rammaricate – scrivono in una lettera – per il fatto che la morte di nostra madre non abbia responsabili. Com’è possibile – si domandano – che quanto accaduto sia stato solo una semplice fatalità?”.

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COME VOLEVASI DIMOSTRARE… UN MASSACRO CONTINUO…

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Palermo, 16 mag. (AdnKronos) – “L’ennesima aggressione ai danni di un infermiere dell’Arnas Civico di Palermo conferma che sono venute meno le condizioni minime di sicurezza per gli operatori della sanità in città”. Così il segretario generale della Cisl Fp Palermo Trapani Lorenzo Geraci commenta l’aggressione subita ieri sera da un infermiere di 45 anni del reparto di Oncologia da parte di un parente di un paziente. “Si assiste a un’escalation di violenza nei confronti del personale che lavora nelle strutture ospedaliere cittadine – aggiunge – Da tempo chiediamo che si prendano provvedimenti concreti a tutela di questi lavoratori che operano in condizioni di reale rischio per l’incolumità personale”. Per la Cisl Fp “è fondamentale che l’assessore regionale alla Salute Ruggero Razza attui le misure da lui annunciate per garantire la sicurezza negli ospedali e nei presidi sanitari locali”.

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DIRETTIVE ANTICIPATE DI TRATTAMENTO: UN PADRE INTERPRETE DELLE VOLONTA’ DELLA FIGLIA

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La legge sul biotestamento e il consenso informato comincia a funzionare.

Uno dei primi casi di nuova applicazione è avvenuto a Modena, come racconta oggi sulla Gazzetta di Modena Carlo Gregori.

Protagonisti un padre e una figlia, da mesi in coma, alimentata artificialmente, incapace di comunicare.

Da oggi in poi sarà il genitore, ottantenne, a decidere quali cure, quali terapie accettare o rifiutare per la  donna.

Lo ha stabilito il magistrato nominandolo amministratore di sostegno,  tutore legale in pieno accordo con gli altri familiari.

Potrà ritirare la pensione, assolvere alle pratiche burocratiche ma anche, ed è qui la novità rispetto al passato, decidere in materia sanitaria.

Sempre che, ha sottolineato il giudice, si impegni a fare l’interesse della figlia e si impegni a ricostruire volontà e desideri in materia patrimoniale e soprattutto sanitaria.

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PER IL CORSERA INFERMIERE, IN AULA DI TRIBUNALE O.S.S., IN AO DIPENDENTE. DOVE’ L’ERRORE?

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Potenzoni, in aula l’infermiere e che perse Daniele: «Io, povero ignorante»

Il giovane disabile sparì tre anni fa, mentre era in gita a Roma per l’udienza del Papa. L’accompagnatore sotto processo: «Ero sulla porta del metrò, una donna con la carrozzina lo bloccò e lui restò dentro…»

Quasi tre anni dopo, l’assurdo caso di Daniele Potenzoni, il giovane autistico «smarrito» nel metrò alla stazione Termini e mai più ritrovato, accende lo scontro a Piazzale Clodio. L’udienza di ieri era la più attesa. Nell’aula della VI sezione si è seduto davanti al giudice Massimiliano Sfondrini, l’infermiere dell’ospedale di Melegnano (Milano) accusato di abbandono di incapace: la mattina del 10 giugno 2015 fu lui ad accompagnare il gruppo di sei disabili in Vaticano, per assistere all’udienza di papa Francesco, e a vedere per l’ultima volta il ragazzone con lo sguardo triste e il naso schiacciato.

Cosa accadde di preciso? Come fu possibile perderlo? Le domande all’imputato, che non ha mai ritenuto di dover incontrare i familiari, hanno portato in evidenza una circostanza importante. «Il vagone era pienissimo. Dopo che erano entrati tre pazienti, pensai che i due ancora sulla banchina, uno dei quali con le stampelle, non ce l’avrebbero fatta». Da qui l’ordine di Sfondrini: «Svelti, uscite, aspettiamo il prossimo treno! Ero davanti alla porta, avevo un piede dentro e uno fuori. Due dei tre uscirono, ma Daniele rimase all’interno, bloccato da una madre con la carrozzina, che stava entrando proprio in quel momento». Chi è questa donna? E’ stata mai cercata? La versione fornita, già nota ma mai approfondita, ha lasciato perplesso Giovanni Baffa, avvocato dell’associazione Penelope, fin dall’inizio schierata al fianco dei Potenzoni, che ha iniziato a incalzare l’operatore socio-sanitario sotto accusa. Fino a che l’uomo, teso e confuso, è scoppiato a piangere.

Dopo una pausa, l’udienza è proseguita, con l’esame di un altro fatto decisivo: perché la denuncia di scomparsa fu presentata soltanto nel tardo pomeriggio, dieci ore dopo? «Parlai subito di quanto accaduto con l’agente della Polfer e pensai che questo bastava a far partire le ricerche», è stata la spiegazione di Sfondrini, che più volte ha esclamato: «Ma come potevo saperlo? Io sono un povero ignorante!»

Venuto appositamente all’udienza da Milano, Francesco Potenzoni, il papà che non ha mai smesso di cercarlo, era lì che scuoteva la testa. «È tutto assurdo. Quell’uomo ha perduto mio figlio, non è venuto a trovarci neanche una volta per scusarsi e ora continua a fare lo stesso lavoro.

Non è stato neanche sospeso dall’ospedale.

Che giustizia è mai questa?» (fperonaci@rcs.it)

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STUPRO IN GUARDIA MEDICA: “CONDANNATE ANCHE I VERTICI DI ASP CATANIA”

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«L’uomo che mi ha stuprata è stato condannato, ma non basta. Non penso sia stata ancora fatta completamente giustizia. Ora debbono pagare anche coloro che non mi hanno garantito sicurezza lasciandomi in balia di quell’uomo, cioè i vertici dell’Azienda sanitaria provinciale (Asp)». A dieci giorni dalla sentenza che ha condannato a otto anni l’uomo che nel settembre scorso la sequestrò e la violentò all’interno della guardia medica dove prestata servizio, a Trecastagni (Catania), Serafina Strano, 52 anni, sposata e madre di due figlie, ha già intrapreso una nuova battaglia. «Sulle responsabilità dei vertici dell’Asp ci sono già esposti e denunce. So che la Procura di Catania sta indagando. Spero che presto vengano accertare anche le loro responsabilità».

A viso aperto

Dopo la notte da incubo vissuta sul posto di lavoro Serafina Strano ha ritrovato una determinazione che anche lei non immaginava. Va avanti a denunciare e lo fa sempre a viso aperto, mostrandosi spesso anche in televisione. «Non ho mai avuto alcuna remora a mostrarmi pubblicamente – spiega — per la semplice ragione che quella notte io ho visto la morte in faccia. E allora mi son detta che non poteva finire tutto richiudendomi nel privato, con la mia rabbia e le mie ferite. Ho superato la naturale vergogna che si prova in queste circostanze e mi sono detta: “Se mi lascio condizionare dai pregiudizi continuerò ad essere violentata”. Anche se le assicuro: non è facile stare sotto i riflettori. L’ho pagata e continuo a pagarla. Per questo mi ha ferito non avere avuto acconto al processo i miei colleghi».
Ecco, lei ha lamentato di essere stata lasciata sola…
«Si, è così. Tranne pochissimi colleghi per il resto sono spariti tutti. Nonostante le belle parole l’Ordine dei medici di Catania non si è costituito parte civile al processo, mentre molti che fanno le guardie mediche si sono dileguati per paura di perdere il lavoro».

Ma perché accusa i vertici dell’Asp? 

«Per la semplice ragione che hanno dotato le nostre guardie mediche di misure di sicurezza ridicole. Nel 2016 ci fu un altro caso analogo al mio ai danni di un’altra collega. Dopo quell’episodio e le nostre diffide l’Asp ci mise a disposizione un braccialetto che consente di far partire una telefono al 112».

Quindi c’era un sistema di allarme?

«Ma sta scherzando? Dove si è mai visto un dispositivo di allarme che si può disattivare dall’interno. E infatti il mio aggressore la prima cosa che fece, appena entrato nella guardia medica, fu staccare il telefono. E quindi non c’era più alcuna possibilità di allertare il 112. All’ingresso erano state installate anche delle telecamere, ma a circuito chiuso e quindi non collegate con le forze dell’ordine. Infine c’era pure la porta blindata. Quindi una trappola perfetta. Totalmente isolata dal mondo»

Neanche la blindatura era una protezione?

«Tutt’altro. Non a caso io la lasciavo sempre aperta quando arrivava qualcuno. Se quella notte l’avessi chiusa lui avrebbe potuto fare di me quello che voleva. E invece dopo un’ora e mezza sono riuscita a scappare in un suo momento di distrazione». Quindi lei aveva la percezione di non lavorare in un posto sicuro?
«Si, anche non avevo capito quanto fosse insicuro. E soprattutto non potevo mai immaginare che qualcuno potesse pianificare una violenza conoscendo bene le scarse misure di sicurezza. Dalle immagini registrate dalle telecamere si vede lui che fa irruzione e poi mi trascina dentro dopo un mio primo tentativo di scappare. Lui è sempre stato attento a non stare in favore delle telecamere. E questo dimostra che aveva pianificato tutto. Abitava vicino, era venuto altre volte, conosceva ogni mio movimento e, soprattutto, sapeva che non correva rischi».

Lei non lavora più nella guardia medica?

«Da un mese, rientrata dalla malattia, ho un altro incarico. Ma la mia battaglia continua».

Cosa si può fare per aumentare i livelli di sicurezza? 

«Sia chiaro, così come sono queste guardie mediche andrebbero chiuse. Una donna è sola, in balia di chiunque, spesso in luoghi isolati o di campagna. Ma se proprio le si vuole tenere aperte bisogna renderle veramente sicure. E non certo grazie alle guardie del corpo private, che spesso sono mariti o fratelli».

La sua famiglia come ha vissuto la sua vicenda?

«È stata letteralmente devastata. L’unica cosa che può lenire il dolore di mio marito e delle mie figlie è il fatto che sono ancora viva. Non so neppure dove abbiamo trovato tanta forza. Le dico solo che i miei hanno saputo che ero stato stuprata da Facebook, ancor prima che leggessero i giornali. Con tutto il corollario di commenti tipo: “Ma forse la dottoressa aveva la scollatura”. Una ferita che difficilmente riusciremo a sanare».

Per questo lei chiede ancora giustizia? 

«Si, e non mi bastano più le parole. Voglio altro. Voglio che cambi realmente qualcosa, anche a costo di vedermi massacrata da chi ora mi consiglia di abbassare i toni. Di chi dice che sto esagerando, che parlo troppo, che sono esibizionista».

https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_09/stuprata-lasciata-sola-colleghi-ora-paghino-anche-vertici-sanitari-80bdcc96-53a8-11e8-aaec-4e7a7b6da69d.shtml

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