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AO PERUGIA, TAR, SITRO, PROCURA DELLA REPUBBLICA: L’INCARICO NON S’HA DA DARE

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PERUGIA – Un concorso per un incarico dirigenziale, vinto da una candidata poi coinvolta nell’inchiesta Sanitopoli e per questo sospesa dai pubblici uffici. A chi va il suo posto? Non al secondo in graduatoria che, infatti, fa ricorso al Tar e lo vince. Ma a metà. Visto che l’incarico viene affidato a una terza persona che, però, secondo i giudici amministrativi non ha le qualifiche da dirigente. E il Tar spedisce il fascicolo in procura, perché si faccia chiarezza sull’assegnazione.

La storia è complicata e i presupposti per una nuova ondata di mal di pancia in ospedale ci sono tutti. La storia ha inizio con il concorso per la copertura a tempo indeterminato di un posto di dirigente delle professioni sanitarie infermieristiche. Il primo posto in graduatoria se lo aggiudica una dottoressa, a cui viene affidata la direzione del Sitro, il servizio infermieristico tecnico sanitario riabilitativo ostetrico. La professionista, però, finisce tra le carte dell’indagine e viene sospesa. Alla fine della misura interdittiva, come ricostruiscono i giudici nella sentenza pubblicata lo scorso 29 maggio, «l’Azienda riteneva comunque opportuno adottare misure rotazione straordinaria degli incarichi». «Né a seguito della sospensione della dottoressa – prosegue il Tar -, né a seguito dell’assegnazione della stessa allo staff della Direzione strategica, l’Azienda procedeva alla copertura della funzione dirigenziale vacante presso il Sitro mediante scorrimento della graduatoria». A questo punto si fa avanti il secondo arrivato, convinto di dover essere lui a occupare quel posto. Ma l’Azienda ospedaliera decide diversamente: incarico affidato a interim, a zero euro, alla «titolare dell’incarico di organizzazione “Innovazione e sviluppo organizzativo e assistenziale di area infermieristica”», ma solo per «lo svolgimento di talune funzioni di ordinaria amministrazione del Sitro».

Una scelta che chiaramente non va giù al candidato arrivato secondo, che si rivolge al Tar dell’Umbria, assistito dagli avvocati Stella e Sergio Rossi, per ottenere giustizia. Chiedendo l’annullamento della disposizione di servizio firmata dal commissario straordinario, l’assunzione come dirigente e i danni all’Azienda ospedaliera.
I giudici amministrativi (il presidente Raffaele Potenza, il consigliere Enrico Mattei e l’estensore Davide De Grazia) dicono sì all’annullamento degli atti impugnati, ma bocciano la richiesta di risarcimento e soprattutto la declaratoria del diritto all’assunzione. Spiegando come «la disciplina positiva non assegna agli idonei un diritto soggettivo pieno all’assunzione mediante scorrimento della graduatoria, destinato a sorgere per il mero fatto della vacanza e della disponibilità di posti in organico. In tali circostanze l’amministrazione non è incondizionatamente tenuta alla loro copertura, ma deve comunque assumere una decisione organizzativa, correlata agli eventuali limiti normativi alle assunzioni, alla disponibilità di bilancio, alle scelte programmatiche compiute dagli organi di indirizzo». Insomma, niente da fare.

Ma è subito dopo aver condannato l’Azienda ospedaliera (difesa dall’avvocato romano Cristiano Bosin) al pagamento delle spese per 2.500 euro, che la sentenza si fa più pesante. Disponendo la trasmissione del fascicolo processuale alla procura della Repubblica. Perché? Per aver affidato «la direzione del servizio (per di più limitata ai soli atti di ordinaria amministrazione) ad un’unità di personale senza qualifica dirigenziale, peraltro collocata alle spalle del ricorrente all’esito della procedura concorsuale». «Deve dunque essere ritenuta illegittima – sottolinea il Tar – la sequenza di atti con cui l’Azienda ospedaliera di Perugia ha ritenuto di dare copertura al posto rimasto vacante». E la palla adesso passa alla procura.

 

https://www.ilmessaggero.it/umbria/sanita_un_ricorso_al_tar_riaccende_inchiesta-5265947.html